This is a reproduction of a library book that was digitized by Google as part of an ongoing effort to preserve the information in books and make it universally accessible.

Google books Pio

https://books.google.com

Google

Informazioni su questo libro

Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google nell’ambito del progetto volto a rendere disponibili online 1 libri di tutto 11 mondo.

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere più protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è un libro che non è mai stato protetto dal copyright o 1 cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l’anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire.

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te.

Linee guide per l’utilizzo

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare 1 materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l’utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa l’imposizione di restrizioni sull’invio di query automatizzate.

Inoltre ti chiediamo di:

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l’uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali.

+ Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l’uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto.

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla.

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall’utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe.

Informazioni su Google Ricerca Libri

La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta 1 lettori a scoprire 1 libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web

nell’intero testo di questo libro dalhttp://books.qgoogle.com

é b ' Si o ©“ Li Lal a x * i | | | . i % i - Li » \ as J LI ua PS sm

ti

|

PI a 3

DITO ATO o mo, SI a Sl een ec r_. ee lesi antenne _ ——- ———i 1 cr t_— T—m—m_@-t ___ TL wt -— . n Poli Litas ere _—— ———_ tito, = «la str e° Sua fg peo — stesi ccnnati pe i, el eli Ven" ones

ie dini i cr pe = iio©— nn

0 TASSE A FATE AGIO

IBRARIES ‘- STANFORD UNIVERSITY. LIBRARIES : STANFORD È stanrorp [JNIVERSITY LIBRARIES . stTANFORD UNIVERSITY I

university | |[BRARIES . srancoro university LIBRARIES -

niversity LIBRARIES « STANFORD university LIBRARIES

israries - srancoro-[JNIVERSITY LIBRARIES . stAaNFO O È

stanrono università LIBRARIES - sraneoro unveRSI ibraries - STANFORD university israries STANFORD & cc UMVERSIN Lancia cio UNIVERSI Di 1IMRARIS saro URN ORD uwversiry usnanies » STANFORD university Lieraniga RSITY usraries . stanroro UNIVERSITY uisrarIES . n | n Li LIBRARIES ao no

|

ORD university LIBRARIES IRA a

zed by (

Diiized by Google

i

big Google

ARCHIVIO STORICO LOMBARDO

CISA NISLE RL DI

(TITZII

DI ra indoor Sedie

bla "AVA TA UENTUDUDO

à terne e .

e tera Sidia ni ì.

siria è . RICREA TINI AA PIF. PIPAPA LUTERO

REL UASAIZIA

dALA 1°

- - P% mi Lal = (d > - r ld ®- Id ”» e si Lal Di - » ”.-

pui

MIO

Dust Google

ST ARCHIVIO STORICO LOMBARDO —

GIORNALE DELLA

SOCIETÀ STORICA LOMBARD

4 RARE

SERIE SESTA

| ANNO LII — PARTE PRIMA

j , MILANO SEDE LIBRERIA DELLA SOCIETÀ FRATELLI BOCCA Castello Sforzesco Corso Vitt. Em., 21

Fasc. I-II | 1925 ANNO LII

La proprietà letteraria è riservata agli autori dei singoli soritti

L’evangelizzazione dell’ Alta Italia

e l'origine della sede episcopale di Milano

4 Do rc questione dell’ evangelizzazione dell’ Alta Italia è ESA connessa colla questione più generale dell’ evange- yigigi lizzazione dell'Occidente. eni Quando parliamo dell’ Occidente nella presente questione, vogliamo intendere le provincie occidentali dell’impero romano non aperte alla civiltà ellenica, come la provincia d’ Africa, la Spagna, la Gallia, la Brettagna, la Germania. In queste province la lingua greca era conosciuta appena in alcune poche colonie di Orientali : nei grossi centri si usava il latino, la lingua dei conquistatori; nella campagna si parlava la lingua dei vinti, il punico in Africa, l’iberico in Spagna, il celtico nelle Gallie, ecc.

In tema di religione, i Romani mentre accettarono il pan- teon greco, col processo di identificazione delle divinità elleniche colle divinità latine, proscrissero invece i culti occidentali. Au- gusto proibì a quelli che godevano la cittadinanza romana la religione celtica, e Teutate ed Odino furono appena delle divi- nità tollerate. La religione celtica scomparve quasi del tutto, a causa dell’estensione del diritto latino o romano. Altrettanto può dirsi delle religioni iberiche, maure ed illiriche, Soggiacenti alle medesime influenze.

Queste provincie non furono del tutto chiuse alla diaspora ebraica e al proselitismo giudaico, se Giuseppe Flavio poteva scrivere del suo tempo, che non vi era « nessuna città greca o barbara, nessuna nazione in cui non sia penetrato l’ uso di ri- spettare il sabato, in ‘cui i nostri digiuni, le nostre fiaccole, le nostre astinenze dai cibi vietati non siano un costume accettato ».

L'Italia, quantunque geograficamente una, dal lato culturale

Arch. Stor. Lomb., Anno LII, Fasc. I-II 1

2 ANTONIO MERISI

si divideva in due parti: Roma con la Magua Grecia (Italia Meridionale e Sicilia) vivevano della civiltà greca e i loro rapporti più stretti erano con l’Oriente : appartenevano insomma al mondo ellenico. Invece l'Alta Italia faceva parte del mondo barbaro (1).

Non doveva però essere grande il dislivello di civiltà fra l’ Alta Italia e il resto della penisola. La Federazione Etrusca del Nord, che aveva sede nella valle padana, colla sua civiltà giungeva fino alle Alpi Retiche.

Agli Etruschi si sovrapposero i Celti della Gallia : la lingua che vi si parlava più comunemente al tempo di Nostro Signore era la celtica, e celti sono i nomi dei primi martiri milanesi, Gervasio, Protasio, Nazaro, Calimero. Tuttavia, quando i Ro- mani ebbero soggiogata la Traspadana, vi fondarono numerose colonie; una di queste, condotta da Giulio Cesare a Como, comprendeva, oltre cinquemila cittadini romani, anche cento di origine greca. Anzi dal greco Cornelio Alessandro e Plinio fanno derivare il nome degli Orobi che popolavano Como, Ber- gamo e Incino (2), non sappiamo con quanta verità.

Infine si asserisce che anche Milano al tempo di Augusto avesse la sua sinagoga ebraica.

Quando fu evangelizzato l'Occidente ?

Parecchi scrittori moderni, parteudo dal tatto che le prime manifestazioni cristiane in Occidente non risalgono oltre la metà del II secolo, ritengono che il Vangelo fu predicato in Occidente più tardi che in Oriente, in epoca posteriore all’ apostolica.

È questa una cosa certa? L’evangelizzazione dell'Occidente è avvolta nelle tenebre : ma, se ci limitiamo a questo, è teme- raria tanto la sentenza che afferma l’evangelizzazione apostolica dell’Occidente, quanto la sentenza che la nega. Le prove che documentano l’ esistenza del cristianesimo in Oriente, se si ec- cettuano gli Atti degli Apostoli, sono quasi tutte degli scritti

(1) Si sa che l’Ellade divideva il mondo in due parti: greci e bar- bari; per essi anche i latini facevano parte del mondo barbaro.

(2) « Orobiorum stirpis esse Comum atque Bergomum et Licinii Forum aliquot circa populos auctor est Cato, sed originem gentis igno- rare se fatetur, quam docet Cornelius Alexander ortam a Grecia inter- pretatione etiam nominis vitam in montibus degentium ». PLINIO, n. h. IIl, 17, 124.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL’ALTA ITALIA 3

di occasione; la mancanza di esse per l’Occidente non autorizza a conchiudere che il cristianesimo non vi fosse ancora penetrato.

Uno dei Padri della Chiesa primitiva, S. Ignazio di Antio- chia, parla di « misteri divini destinati ad una eterna risuonanza, ma operanti nel silenzio di Dio ». Questa bella formola potrebbe venire applicata al modo con cui il mondo si convertì al cri- stianesimo. Fu quasi nel silenzio, con un lavoro insensibile, che a poco a poco il cristianesimo potè penetrare nella società, 80- stituendo istituzioni e costumi pagani con altre istituzioni ed sltri costumi retti da spirito cristiano. Si domanda in quale epoca precisa il cristianesimo si è introdotto in questa o quella città, in quella determinata regione; e invece la storia ci sa dire solamente che nella tal epoca quella regione o quella città compare pressochè tutta cristiana. Il cristianesimo vi è pe- netrato silenziosamente, dando alla civiltà antica nuove fonda- menta, senza far sentire la minima scossa all’edificio fragile e invecchiato.

Tale è il caso delle provincie occidentali dell’impero romano. Nella seconda metà del sec. II S. Ireneo vescovo di Lione ci attesta che la Chiesa era disseminata per tutto l’universo (1); che il cristianesimo abbracciava diverse lingue (2); che esiste- vano chiese in Germania, fra gli Iberi, i Celti, in Oriente, in Egitto, in Libia, e nel mezzo del mondo (3), colla quale deno- minazione sembra indicare l’Italia.

Ed è su queste comunità cristiane fondate fra i Germani, gli Iberi, i Celti, — che io chiamerei preistoriche, perchè prece- dono la storia ecclesiastica dell’ Occidente, ed anche barbare e prelatine, perchè sono le antenate della Chiesa latina, — su queste cristianità ignorate dagli storici, che occorre richiamare l'attenzione. Esse non sono ancora la Chiesa Latina, perchè la lingua chè vi si usava non era quella dei dominatori, ma quella delle popolazioni indigene. Lo desumo dallo stesso S. Ireneo, il quale nella prefazione alla sua opera Contra haereses Bi Scusa

(1) Ecclesia, et quidem in universum mundum disseminata ». C. haer. l. I, c. X, n. 2.

(2) < Nam etsi in mundo loquelae dissimiles sunt, sed tamen virtus. traditionis una et eadem est ».

(3) < Et neque hae quae in Germania sunt fundatae Ecclesiae, aliter credunt, aut aliter tradunt; neque hae quae in Hiberis sunt, neque hae quae in Celtis, neque hbae quae in Oriente, neque hae quae in Ae- &ypto, neque hae quae in Libia, neque hae quae in medio mundi sunt constitutae ».

4 ANTONIO MERISI .

della sua imperizia nello scrivere in greco, che era pure la sua lingua nativa, per dissuetudine, trovandosi a capo di una chiesa, nella quale doveva sovente far uso di un dialetto barbaro (1).

Qual’ era la vita di queste comunità barbare? Esse non possedevano libri sacri, giacchè le più antiche versioni latine risalgono agli inizi del III secolo; l’istruzione quindi doveva essere esclusivamente orale, e per tradizione orale si trasmet- teva il racconto evangelico (2). Le pratiche del culto dovevano essere semplici e primitive, come quelle delle primitive oristia- . nità, descritte nella I ai Corinti o nella Dottrina dei Dodici Apostoli. Alle deficienze dei mezzi umani supplivano i doni ca- rismatici, precisamente come nelle cristianità dell’epoca aposto- lica. S. Ireneo ci attesta di aver udito molti fratelli nella chiesa che avevano i carismi profetici, e per lo Spirito parlavano tutte le lingue e palesavano, quando tornava utile, i segreti degli uomini e narravano i misteri di Dio; erano quelli che S. Paolo chiama gli spirituali.

Si comprende benissimo come queste cristianità, prive di letteratura ed aventi scarsi rapporti colle chiese elleniche, che sole appartenevano al mondo civile di allora, non lasciassero tracce della loro esistenza. Quantunque anche questo non lo si può dire nel modo assoluto. Le liturgie dell'Alta Italia, della Gallia, della Spagna hanno conservato dei vestigi del primitivo culto cristiano di queste provincie; accenno al Trisagio angelico, al racconto dell’ istituzione dell’ Eucarestia contenuto nella prece eucaristica, e all’Orazione domenicale. |

Pel Trisagio angelico le liturgie orientali conservano nel suo tenore letterale la descrizione di Isaia; invece se ne disco- stano le liturgie occidentali. L’ ipotesi più ovvia che Si possa fare è che questa parte centrale della prece eucaristica venne introdotta in un tempo antichissimo, quando le Chiese d’ Occi- dente non possedevano ancora una versione della Bibbia, mentre la medesima ragione non poteva valere per le Chiese d’Oriente, che fin dalla loro origine possedettero la versione dei Settanta.

(1) « Non autem exquirea a nobis, qui apud Celtas commoramur, et in barbarum sermonem (BapBxpov drXAextov) plerumque vacamus, ora- tionis artem.... ».

(2) S. Ireneo dice che anche senza evangeli scritti il cristianesimo vivrebbe sulla fede dell’insegnamento orale degli apostoli, tramandato per via di tradizione. Questa osservazione è un riflesso dello stato di fatto in cuì sì trovava la sua chiesa.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA | i)

Le formole del racconto dell’istituzione dell’ Eucaristia, che servono per la consacrazione eucaristica, sono tre: l’ambrosiana, la romana, la mozaraba. Quanto alla patria di queste tre for- mole non abbiano motivo di dubitare che della prima sia l’Alta Italia, della terza la Spagna. Per la seconda non credo che il luogo d’origine sia stato Roma. La Chiesa Romana fin verso la seconda metà del sec. III fu una chiesa ellenica. La primitiva formola di consacrazione in uso in quella città sembra dovesse essere quella che troviamo in Giustino (1), il quale è uopo San Clemente il più antico testimonio della primitiva liturgia ro- mana : quella formola differisce per vari capi dall’attuale, e si avvicina ai testi di Marco e Matteo. Io penso invece alla Gallia: il più antico scritto che riporta la formola romana è il De Sa- cramentis, opera già attribuita a S. Ambrogio, ma che deve as- segnarsi a un vescovo della Chiesa Gallicana. È verosimile che quando la Chiesa Romana si latinizzò, mutuasse dalla liturgia gallicana la formola di consacrazione, come ne adottò diversi riti.

Dall’ esame -di queste formole risulta che esse sono affatto indipendenti dai vangeli scritti, e quindi risalgono ad un’ epoca anteriore alle prime versioni latine della S. Scrittura.

Anche l’ Orazione domenicale, nel testo che ne dà Tertul- liano nell’opera De Oratione, discorda dai Vangeli scritti. L’im- portanza attribuita da Tertulliano all’ Orazione domenicale e l’ asserzione che essa doveva essere recitata sempre sia nella preghiera pubblica che nella privata, ci fa persuasi che essa era nell’uso comune in Occidente ancora prima che vi | perve nisse attraverso al testo dei vangeli scritti.

IL’ Orazione domenicale nel messale mozarabico è in forma dialogata : ad ogni petizione il popolo risponde amen e una volta quia tu Deus es. È questa una innovazione, ovvero una forma arcaica ?

Del resto il panem nostrum QUOTIDIANUM comune a tutto l’Oc- cidente sembra tradire una lezione indipendente dal testo greco. Al quotidianum del testo latino corrisponde in greco értovstov : circa il preciso significato di questo aggettivo greco si disputava fin dall’ antichità e si disputa tuttora. S. Girolamo lo traduce soprasostanziale. Se la lezione latina derivasse dalla greca, si riscontrerebbero delle varietà e delle incertezze nelle diverse versioni. Invece tutte concordano nell’ aggettivo quotidiunum ;

(1) Apol. I, n. 65-67.

6 ANTONIO MERISI

segno questo che il quotidianum deriva dalla costante tradizione oecidentale, e non dalle dubbie interpretazioni del testo greco.

A queste formule, potremmo aggiungere i numerosi agrapha che si trovano negli antichi scrittori occidentali, e cipè quei detti e fatti del Signore, che non si trovano nei vangeli scritti. Sono essi i vestigi del vangelo orale presso le cristianità del- l’Occidente prima del sec. III

Queste cristianità germaniche, celtiche, iberiche ripetono la loro origine dagli Apostoli? S. Ireneo lo presuppone nel suo argomentare. Egli infatti, combattendo i Gnostici, contrappone salle loro dottrine la fede unica presso tutte le chiese sia d’O- riente che d’ Occidente, ereditata dagli Apostoli. Su questo ar- gomento le chiese germaniche, celtiche, iberiche sono messe alla pari colle chiese d’ Oriente, d'Egitto, di Libia, d’Italia. È la Chiesa universale disseminata per tutto il mondo, che tramanda la fede ricevuta dagli Apostoli e dai loro discepoli (1). Tutte le comunità cristiane, nonostante le loro differenze di lingua, sono concordi in un’ unica fede, perchè tutte l’hanno ricevuta dagli Apostoli. Questo modo di argomentare esclude che le chiese d’Occidente ricevessero la fede da quelle d’Oriente; la loro te- stimonianza si risolverebbe nell’altra.

Nella letteratura testamentaria non troviamo notizie espli- cite dell’ evangelizzazione dell’ Occidente, ma non mancano ac- cenni testificanti che sul volgere dell’ epoca apostolica il Van- gelo era già predicato per tutto il mondo, s'intende, allora cono- sciuto. Nella lettera di S. Paolo a quei di Colossi scritta nel periodo della sua prigionix e cioè dopo l’ anno 59, si asserisce che il Vangelo era ormai pervenuto per tutto il mondo, e vi frut- tificava, e vi andava crescendo (2); e più sotto, che il Vangelo era già predicato fra ogni creatura che è sotto il cielo (3). Del resto la viva aspettazione della parusia del Signore, quale si manifesta già sul volgere dell’epoca apostolica, non è spiegabile, se il Vangelo non avesse raggiunto gli estremi confini della terra, conformemente alla profezia di Gesù.

(1) < Ecclesia enim per universum orbem usque ad fines terrae semi- nata, et ab apostolis et discipulis eorum accepit eam fidem, quae est in unum Deum, etc. »; l. c. n. 1

(2) « .... in verbo veritatis Evangelii: quod pervenit ad vos, sicut et in universo mundo est, et fructificat, et crescit.... » (Col. I, 5, 6).

(3) « ... a spe Evangelii: quod audistis, quod praedicatum est in universa creatura quae sub coelo est » (I, 23).

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA i (i

Nell’ anno 58, quando Paolo scriveva la sua lettera ai Ro- mani, l’ Apostolo trovava di non aver più nulla da fare in Oriente, perchè quelle terre-erano già tutte evangelizzate (1); egli pertanto volge lo sguardo alla Spagna, senza dubbio perchè non vi era ancora penetrato il Vangelo. Ma perchè non le re- gioni intermedie, se non perchè erano già acquistate al Vangelo?

Questa universalità della predicazione apostolica era presso gli antichi scrittori ecclesiastici fuori di discussione. Fin dal sec. IV compaiono segni di competizioni fra l'Oriente e l’Occi- dente cristiano; ma giammai la Chiesa Orientale trattò l’ Occi- dentale da inferiore, per la Sua tardiva origine. I vescovi del concilio di Costantinopoli (381) non seppero trovar di me- glio che questo : « Non è forse il Cristo nato in Oriente? » Lat- tanzio asserisce che gli Apostoli lavorarono per 25 anni sino al principio dell’impero di Nerone, agettare le fondamenta della Chiesa per tutte le provincie e le città (2). Eusebio di Cesarea scrive che i discepoli di Gesù fondarono le loro numerosissime chiese per tutto l’ Egitto, la Libia, l’Europa e l’ Asia (3). Nulla auto- rizza a ritenere che il padre della storia ecclesiastica nominando l'Europa ne limitasse il senso alla sola parte orientale soggetta alla cultura ellenica. Per S. Giovanni Grisostomo, Teofilatto, Eutichio,' Ilario, è fuor di dubbio che fin dall’ epoca apostolica il Vangelo venne annunciato per tutta la terra, perchè il vati- cinio del Signore: « Questo vangelo del Regno sarà predicato nell’orbe universo in testimonianza a tutte le genti » fu, secondo loro, uno dei segni precursori della distruzione di Gerusalemme(4).

Contro queste prove di ordine storico, le ragioni che si ad- ducono per negare l’ evangelizzazione dell'Occidente all’ epoca

._ (1) < ... ita ut ab lerusalem per circuitum (megli0 et in circuitu) usque ad Illiricum repleverim Evangelium Christi.... Nunc vero locum non habens in his regionibus.... quum in Hispaniam proficisci coe- pero..... » Rom. XV, 19-24.

(2) « Apostoli per annos XXV usque ad principium Neruniani im- perii, per omnes provincias et civitates Ecclesiae fundamenta miserunt ». De morte pers. 2, scritta nel 816-320.

(3) « .... cuveotnaav puplavipor *ExxAnota: mpds dutdiv Exelvwv t&vV eùte- Msotitwv xaî &ppolxwv toù ‘Incol paSntiv .... xxd' dns ts Alyomtov xa ArBuns, Ebpurne, te xel ’Aclas.

(4) In entrambi i vangeli di Matteo e di Marco questo vaticinio trovasi prima della descrizione della ruina di Gerusalemme. In Luca manca.

8 ANTONIO MERISI

apostolica, si riassumono nel dislivello di coltura fra le popo- lazioni elleniche d’Oriente e quelle ancora barbare d’ Occidente. . Queste ragioni ci sembra non siano sufficienti per infirmare le testimonianze sopra addotte; anche perchè, pur non negando tale dislivello, è pur giocoforza ammettere fra l’Oriente e l’Oc- cidente dei contatti nel campo amministrativo, militare e com- merciale, che dovevano presto o tardi determinare la diffusione delle nuove dottrine religiose.

‘Anche circa l’ evangelizzazione dell’ Alta Italia, siamo nel- l’oscurità che avvolge il resto dell’ Occidente. Per averne le prime notizie bisogna scendere al'sec. V, quando si inizia la letteratura leggendaria. Se però queste testimonianze non pos- sono avere un valore storico, esse rivelano la credenza comune circa l’antichità del cristianesimo nella regione. Paolino di Nola scrive che l’invenzione dei Corpi dei SS. Protaso e Gervaso da parte di S. Ambrogio avvenne lunghi secoli dopo il loro mar- tirio : Je.

« Quosque suo Deus Ambrosio post longa revelat

« Saecula Protasinm cum pare Gervasio >» ; i e S. Ambrogio suppone che, quando avvenne il martirio di questi Santi, la Chiesa Milanese esistesse già da qualche tempo (1). È la prisca età, cui secondo il medesimo Ambrogio, conveniva la corporatura dei due scheletri (2), sembra indicare i primordi dell’evo cristiano.

Parimenti la leggenda dei SS. Nazaro e Celso mette que- sti martiri in relazione coll’ apostolo S. Pietro e col suo suc- cessore S. Lino. Il P. Savio (3) la dice composta prima della fine del sec. V. Da essa dipende Ennodio nel suo carme in onore di S. Nazaro. Questi rapporti sono prima affermati nell’inno liturgico Sacri triumphales tui :

Nazare, lux, vitae decus Apostolorum particeps. Petri coronaris fide, Sacroque Pauli dogmate :

Ungente Lino praesule, Muniris almo Spiritu.

(1) <« .... qui (Protasius Gervasiusque) sterilem martyribus Ecclesiam Mediolanensem, iam pluvimorum matrem filiorum laetari passionis propriae fecerunt.... ».

(2) Invenimus mirae magnitudinis viros duos, ut prisca aetas fe rebat ».

(3) La leggenda dei SS. Nazaro e Celso in Ambrosiana, p. 16.

L'EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA JVIPALIA 9

L’ inno, è vero, non fu scritto da S. Ambrogio ; ma appar- tiene alla classe dei così detti innt ambrosiani, che vennero. composti dalla fine del sec. IV sin verso la metà del sec. V per le teste milanesi. La festa di questi martiri, anniversario della invenzione delle loro Reliquie, doveva risalire al 397.

Chiudo questa parte del mio studio col rilevare un contatto che l’Alta Italia doveva avere colla Palestina al tempo di N. S. e nei primi anni del cristianesimo. Vi ha ragione per ritenere che i militi della coorte italica, di stanza a Cesarea di Palestina, di cuni si parla negli Atti degli Apostoli, fossero oriundi dalla nostra regione.

Le coorti italiche non vanno confuse con le legioni italiche, costituite più tardi, la prima da Nerone, la seconda e la terza da Marco Aurelio Antonino. Le cohortes italicae, come le cohortes auriliariae appartenevano alle aurilia, cioè alle truppe ausiliari reclutate nelle provincie; mentre coloro che godevano della cittadinanza romana si arruolavano nelle legioni. Ma come si spiega la presenza di coorti italiche nelle truppe ausiliarie ?

È notorio che il diritto di cittadinanza romana sotto la re- pubblica andò estendendosi da Roma alla media e bassa Italia costituendo il diritto italico; mentre l’ Alta Italia o Gallia Ci- salpina, ordinata da Silla in luogotenenza (680 u. c. = 82 a. C.), ebbe regime di provincia. Quindi i militi che si reclutavano nell’Italia superiore, non altrimenti di quelle reclutate nell’Iber- nia, nella Gallia, ecc., andavano a incorporarsi nelle truppe ausiliarie. Ma nel 712 u. c., quando C. Ottavio ed Antonio si divisero le provincie prima toccate a Lepido, si convenne fra loro di distruggere la luogotenenza della Gallia Cisalpina, conferen- dole 1’ autonomia. Il suo regime venne regolato da una legge speciale, detta Lex de Gallia Cisalpina o Lex Rubria dal suo autore. Per questa legge l’Italia superiore cessava di essere provincia, passava sotto il diritto italico, senza però conseguire tutti i privilegi della cittadinanza romana. Scopo unico di questo prov- vedimento nella mente di C. Ottavio era di far uscire dai con- fini naturali d’Italia l’esercito di Antonio, il pericoloso condomino e prossimo rivale: si sa infatti che le truppe non dovevano stanziare nei territori che godevano i diritti di cittadinanza. Conseguito tale scopo, non si applicarono le altre conseguenze del diritto romano, e i soldati reclutati nell’Alta Italia continua- rono a militare nelle truppe ausiliarie. Così credo di poter Spie- gare la presenza di coorti italiche in seno agli auxilia.

100 ANTONIO MERISI

Ognun vede quale influenza potè avere questo fatto nel- l’evangelizzazione dell’Alta Italia. Ruma teneva in Palestina un presidio militare, con stazione a Cesarea, composto di cinque coorti ausiliarie, giacchè non si tenevano legioni in Giudea. Ciascuna coorte constava di sei centurie, comandate da un cen- turione. Gli Atti degli Apostoli ci fanno conoscere la presenza di una coorte ttalica nel presidio di Cesarea, alla quale appar- teneva il Centurione Cornelio, il primo fra gli etnici che ac- cettasse il Vangelo e ricevesse il battesimo; e con lui, altri soldati della sua casa si convertirono : i quali, al ritorno in patria, è verosimile che recassero fra di noi i primi germi del Vangelo.

Possiamo risalire ancora più indietro. Il presidio di Cesarea, in occasione delle grandi feste giudaiche, mandava un torte distaccamento a Gerusalemme per mantenere l’ ordine e sorve- gliare il movimento dei cittadini e dei forastieri. La Storia evangelica ci presenta questi soldati coinvolti nei fatti della Passione del Signore: essi scesero dal Calvario battendosi il petto, e il centurione che li comandava, uscì in questa esclama- zione: « Veramente costui è il Figliuol di Dio ». Questi militi furono impiegati anche alla custodia del sepolero del Signore, e furono i primi testimoni della sua risurrezione, alcuni dei quali corsero a narrare l’ avvenuto ai principî dei sacerdoti.

Erano dessi della coorte italica ? Il Vangelo non lo dice. Noi tuttavia, a solo scopo di curiosità, accostiamo questi fatti colla leggenda medioevale che fa del Soldato che trafizse il co- stato di Gesù un mantovano d’ origine (1) e un apostolo della sua città.

Chi furono gli Apostoli dell’ Occidente ?

La domanda non è oziosa. Quantunque la notizia del Van- gelo potesse penetrare in una regione per diverse vie, tuttavia la costituzione delle chiese era opera personale degli Apostoli e dei loro coadiutori, vale a dire di quei personaggi che passano sotto il nome di upostolici (viri apostolici) o di discepoli degli Apostoli.

(1) La leggenda ci dà anche il nome, Longino. Può essere che questo nome sia derivato da \6{,n = lancia, che trovasi nel passo del Vangelo di S. Giovanni. Nel vangelo apocrifo di Nicodemo, Longino è il nome del centurione preposto alla crocifissione del Salvatore.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 11

Agli Apostoli infatti competeva come testi de visu di au- nunciare per tutto il mondo il Cristo risorto, secondo il man- dato del Signore: « Voi mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino ai confini della terra » (1). Ai medesimi competeva dare alle chiese locali una organizza- zione stabile colla costituzione della gerarchia ecclesiastica.

Questi due compiti si effettuavano in due momenti diversi. In un primo tempo l’apostolo eutrava in una regione, vi predi- cava il Vangelo, battezzava i primi convertiti, costituendo una comunità di neofiti, e partiva per altre regioni. In un Secondo tempo il medesimo apostolo, o un altro, o un Suo coadiutore, visitava la comunità, si faceva presentare quelli che avevano riportato buona testimonianza presso i fratelli, e li ordinava diaconi e preti. Gli Apostoli, scrive S. Olemente Romano, « pre- dicata la parola per regioni e città, e battezzati coloro che ob- . bedivano alla volontà di Dio, costituirono i primi convertiti del luogo vescovi e diaconi, dupo di averli messi alla prova » (2).

Pertanto la gerarchia delle chiese locali constava di due soli gradi: il diaconato e il presbiterato. Quantunque nella let- teratura neotestamentaria si trovi il nome di episcopo, tuttavia vi compare come sinonimo di presbitero.

. Con questo non vogliamo dire che al tempo sosiolico non esistesse ancora il terzo grado gerarchico, l’episcopato ; ma vo- gliamo dire che l’episcopato era nell’apostolo e nei suoi coadiu- tori; e cioè che questo grado non apparteneva ancora all’orga- nizzazione locale; l’ episcopato era allora missionario. Sta di fatto, come facilmente si’ rileva da tutta la letteratura testa- 1 mentaria, che le chiese locali dipendevano dall’ apostolo che le aveva fondate.

Ora venendo al caso nostro, ci chiediamo: da quali apo- stoli vennero fondate le cristianità d’Occidente? da chi dipen- devano esse? E li risposta è sempre la stessa: noi non siamo in grado di fare la storia della fondazione delle Chiese Occi- dentali ; noi dobbiamo quindi accontentarci di semplici induzioni.

Anzitutto dobbiamo liberarci da una erronea interpretazione che il vescovo di Sutri, Bonizone, nella sua opera intitolata De-

(1) Act. I, 8. i

(2) « Per regiones igitur et urbes verbum praedicantes et eos, qui obediebant voluntati Dei baptizantes, primitias earum spiritu cum pro- bassent, constituerunt episcopos et diaconos eorum, qui credituri erant ». I. Clem. 42. x

x

12 ANTONIO MERISI

cretum (1) dà alla lettera di papa Innocenzo I al vescovo di Gubbio (416). Egli infatti deduce da questa lettera che nessun apostolo, tranne S. Pietro, passò in Occidente. Ma ben osserva il Magani (2) che in quella lettera Innocenzo non parla di pre- dicazione apostolica in genere, ma dell’organizzazione della ge- rarchia, che attribuisce esclusivamente a S. Pietro, e che it docuisse si riferisce, come appare da tutto il contesto, alle pre- scrizioni rituali.

Ciò premesso, io ritengo essere verosimile che gli Apostoli che si sono recati a Roma abbiano lavorato altresì nel‘ resto dell’ Occidente : Roma fu l’anello di congiunzione fra 1’ Oriente e l’Occidente; essa rappresenta il punto di passaggio fra l’ una e l’altra parte del mondo. O

Quali apostoli furono a Roma?

Vi si recò il principe degli Apostoli, S. Pietro: a lui esclu- sivamente e ai suoi successori nella Sede Romana, papa Inno- cenzo I attribuisce l’organizzazione ecclesiastica in Occidente. Ma S. Pietro si recò tardi a Roma, sotto l’impero di Nerone, sulla fine dell’epoca apostolica (3), quando la Chiesa Romana esisteva già da parecchi decenni. Si può ritenere che l’ apostolato di Pietro in Roma abbracciasse un periodo di quattro o cinque anni, dal 63 al 67 o 68, se accettiamo la data che Eusebio as- segna al martirio del Principe degli Apostoli.

Egli è il fondatore della Chiesa Romana, non già perchè in quella città avesse predicato per primo il Vangelo, ma perchè vi istituì il pontificato romano, trasmettendovi il primato ch’egli possedeva su tutta la cristianità, per il che la Chiesa Romana divenne la chiesa principe, donde ha origine l unità dell’episco- pato (4), la chiesa alla quale devono convenire tutte le altre a motivo del suo primato (5).

(1) Fu scritta tra il 14 marzo 1088, data dell’elezione di Urbano Il, e il 14 luglio 1089, data della morte di Bonizone.

(2) L’antica Liturgia Romana, I, pag. 21.

(3) « Apostoli per annos XXV usque ad principium Neroniavi im- perii, per omnes provincias et civitates Ecclesiae fundamenta miserunt. Cumque iam Nero imperaret, Petrus Romam venit ». LATTANZIO, De morte pers., 2.

(4) <« .... ecclesiae principalis, a qua unitas sacerdotalis exorta est ». S. CipRrIANO, ad Corn. ep. 55, 14.

(5) « .... ad quam propter potentiorem principalitatem necesse est convenire omnem ecclesiam ». S. IRENEO, c. haer, III, 3, 2.

L’ EVANGELIZZAZIONE DELL’ ALTA ITALIA 13

S. Pietro, a Roma, fu preceduto due anni prima (61) da un altro apostolo, S. Paolo. Questi vi fu condotto prigioniero, e vi rimase due anni sub custodia. Liberato, non sembra che ritor- nasse in Oriente come era suo desiderio; ma si occupò dell’ e- vangelizzazione dell'Occidente. Ce lo dice S. Clemente Romano, che conobbe gli Apostoli: « Paolo divenne banditore del Van- gelo in Oriente e in Occidente.... insegnò la giustizia al mondo universo e andò sino ai confini dell'Occidente [leggi Spagna]. (1). E dell’apostolato di Paolo in Ispagna abbiamo una conferma nel Frammento Muratoriano del sec. II, che dà per sicuro la par- tenza di Paolo da Roma per recarsi in quella regione.

S. Ambrogio (2) fra le regioni evangelizzate da Paolo no- mina anche l’Italia, e la sua asserzione sarebbe confermata dalla lettera agli Ebrei (3), che la tradizione cattolica attribuisce a S. Paolo stesso.

. Tre anni prima (a. 58) che Paolo ponesse piede nell’Urbe, scriveva la sua lettera ai Romani. In essa l’Apostolo asserisce Che quella chiesa era già costituita da molti anni (15, 23), ed era celeberrima e notissima per tutto il mondo (1,8; 15, 14; 16, 19). Implicitamente afferma che a Roma vi era già stato un altro Apostolo, quando dice di non essere ancora venuto a Roma per non sembrare di voler edificare su fondamento altrui (15, 18-24).

Chi fu questo Apostolo ?

Si fa il nome di Pietro: ma questa prima venuta di S. Pietro in Roma non è storicamente provata, e iucontra delle difficoltà nella cronologia apostolica. Io ritengo che la credenza della ve- nuta di S. Pietro a Roma sotto il’ regno di Claudio si sia an- data formando, e assai presto, per il pregiudizio che alla prero- gativa di fondatore della Chiesa Romana occorresse l’ aver San Pietro predicato per il primo il Vangelo in Roma.

Invece le Ricognizioni clementine e le Omilie pseudo-cle- mentine, opere del sec. III, fanno il nome di Barnaba. La me- desima cosa è ripetuta dal monaco Alessandro verso la fine del

(1) ... Eri tò tepua TX Svorws, Clem. 5. I termini dell’ Occidente, per un abitatore di Roma erano la Spagna e la Brettagna.

(2) « Hic (Paulus) ergo ab Hierusalem per Orientem et Illyricum et Italiam Domini pecuniam dispensavit » /n ps. XXX VI Enar. n. 43.

(3) < Salutant vos de Italia fratres ».

Pi

14 ANTONIO MERISI

sec. V, il quale asserisce che Barnaba fu il primo fra î discepoli del Signore a predicare il Vangelo in Roma (1).

L’ apostolato di Barnaba in Occidente non manca di vero- simiglianza. Si sa che nei primi anni dopo lu morte del Signore, il Vangelo veniva predicato solamente fra i giudei e i proseliti del giudaismo. Barnaba fu tra i primi a predicare il vangelo tra i gentili, e fu lui che organizzò la prima comunità etnico-cri- stiana ad Antiochia. Dopo la conferenza di Gerusalemme, nella quale venne riconosciuto ufficialmente che i gentili non erano ob- bligati ad abbracciare il giudaismo per ricevere il battesimo, si inaugurò officialmente il nuovo campo di evangelizzazione; e mentre i Dodici (così si chiamavano gli Apostoli della prima ora) continuarono a predicare il Vangelo fra i giudei sia di Palestina che della Diaspora, detti perciò gli Apostoli della circoncisione ; sì sono aggiunti due altri apostoli Paolo e Barnaba, detti dei gentili, per la conversione degli idolatri.

I due apostoli delle genti lavorarono insieme nella prima spedizione. Invece al principio della seconda si divisero, per di- vergenze sorte a proposito di un discepolo, Giovanni Marco. Paolo si riservò di condurre a compimento l’ evangelizzazione dell'Oriente; è naturale che Barnaba, dopo una breve visita a Cipro sua isola natale, scegliesse per proprio campo l'Occidente. Del resto Barnaba non lo si incontra più in Oriente. E forse un indizio di questo suo passaggio in Occidente può essere anche la minore considerazione in cui Barnaba venne tenuto presso gli Orientali. Mentre infatti egli venne ordinato Apostolo delle genti in piena eguaglianza con Paolo, già sulla fine del sec. II Clemente Alessandrino lo annovera tra i 72 discepoli del Signore, retrocedendolo dal grado di apostolo (2),

Le circostanze in cui sarebbe avvenuta la predicazione di Barnaba a Roma confermano la notizia dataci dalle pseudo Clementine Neppure Barnaba sarebbe stato il primo banditore del Vangelo in Roma; perchè esso era già penetrato in quella

(1) « Barnabas ductus a Spiritu Sancto digressus ab Antiochia pertransivit evangelizans urbes omnes et regiones donec venit ad ma- ximam Romam: ipse enim prior omnium discipulorum Domini praedi- cavit Romae evangelium Christi ».

(2) « Il Signore, dopo la sua risurrezione, aveva affidato la gnosi a Giacomo il Giusto, a Giovanni e a Pietro, che l’avevano poi comuni- cata agli altri apostoli: questi a loro volta ai Settanta, tra cui era Barnaba ». Ipot. citato da EuseBio, H. E. II, 1.

L'’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA }VLALIA 15.

numerosissima colonia giudaica: Be non che non aveva ancora varcato le soglie della sinagoga per passare fra i gentili. Gli inizi della Chiesa Romana vanno cercati in una comunità giu- daico-cristiana, sul tipo delle comunità di Palestina, dove si conservava l’ osservanza della legge mosaica, e nessuna diffe- renza esteriore separava i giudei convertiti dagli altri. È un autore del IV secolo che ce lo dice (1): lo scritto era attribuito a S. Ambrogio, ora da alcuni si fa il nome di un Ilario, dia- cono della Chiesa Romana al tempo di S. Damaso; se tale at- tribuzione è esatta, la sua testimonianza assume maggior valore. Del resto la lettera stessa di S. Paolo ai Romani suppone evi- dentemente che i destinatari erano giudei dalla nascita. Lo stesso Cornely, che difende avere i Romani ricevuto il Vangelo dalla predicazione di Pietro non osa negare che la notizia del Van- gelo potesse essere stata portata a Roma da quegli stessi ad- venae Romani (2) giudei della diaspora dimoranti a Roma, che nella Pentecoste ascoltarono a A RFusaloine la prima predica dell’A postolo.

Barnaba dunque, venendo a Roma, vi trovava un cristia- — nesimo impigliato nelle fasce del giudaismo, il che era d’in- ciampo al diffondersi del Vangelo fra l’elemento etnico. Il tema della predicazione di Barnaba, egli pure l’apostolo delle genti, non dovette essere l’annuncio del Messia venuto, bensì la ces- sazione della legge mosaica e la liberazione dei battezzati dal- l'osservanza dei legali: ed è facile immaginare quale perturba- zione doveva suscitare in seno alla colonia giudaica. Svetonio parla di tumulti fra Giudei, impulsore Chresto, che provocarono dall'imperatore Claudio un editto di espulsione dall’Urbe (3). Io credo che tali tumulti sorgessero in seguito alla predicazione di Barnaba. Chi volesse capacitarsi quale impressione doveva su- scitare nell’ elemento giudaico, pur convertito al cristianesimo,

(1) < Constat igitur temporibus Apostolorum Iudaeos, propterea quod sub regno Romano agerent, Romae habitasse: ex quibus hi qui erediderunt, tradiderant Romanis ut Christum profitentes, Legem ser- varent..... (Romani) nulla insignia virtutum videntes, nec aliquem apo- stolorum, susceperant fidem Christi ritu licet Iudaico, in verbis potius quam in sensu » Comm. in ep. ad Rom. inter opera S. Ambr.

(2) Act. 2, 10.

(3) .« Indaeos, impulsore Chresto, assidue tumultuantes, Roma erpulit » (Claud. 25). Confusione volgare tra xpnetds e ypiotés. La plebe romana designava i cristiani col nome di Ohrestiani (ypnotiavol) quos...

ANTONIO MERISI

la tesi svolta da Barnaba, basterebbe che leggesse la lettera at- tribuita a questo apostolo : io non intendo di difendere qui l’au tenticità di quella lettera; ma il solo fatto che potè presso gli antichi passare sotto il suo nome ci rivela l’ affinità della sua predicazione cogli argomenti svolti in quello scritto. -

La tesi di Barnaba fu riassunta poi dall'altro apostolo delle genti, Paolo, nella lettera ai Romani, ma in termini meno forti. L’ argomento dell’ abolizione dei legati vi è trattato senza pole- miche : ciò prova che gli animi si erano calmati. Ma la svolta a cui era giunto il cristianesimo a Roma per opera di Barnaba determinò la secessione degli elementi più attaccati ai riti giu- daici, e specialmente dei capi delle sinagoghe. Nel 61 Paolo, condotto prigioniero a Roma, ne tentò la riconciliazione. Egli, appena fu a posto, si procurò un’intervista coi Giudei più emi- nenti (700 Ivres cév ’Iovdziwuy TIn70vs) e si mise a parlar loro del Vangelo, come se essi l’avessero già conosciuto. Verosimil- mente essi erano stati degli aderenti della prima ora, e ne ave- vano defezionato in seguito alla proclamata abolizione dei le- gali. Il risultato di quella conterenza fu qualche nuova adesione e la resistenza dei capi (1).

Possiamo stabilire la data della predicazione di Barnaba a Roma : nel 52 S. Paolo incontrò a Uorinto Aquilla e Priscilla, che si erano colà trapiantati in seguito all’editto di Claudio. Secondo gli Atti degli Apostoli questi coniugi, quando ospita- rono S. Paolo a Corinto, erano giunti di fresco dall’ Italia. Bi- sogna adunque asseguare al 51 o al 52 l’ editto di proscrizione e i disordini che lo provocarono.

La venuta di S. Barnaba a Milano è connessa coll’ andata a Roma. È naturale che l’apostolo, espulso cogli altri Ebrei da Roma, non facesse ritorno in Oriente, ma continuasse l’ opera sua missionaria in altre parti d’Occidente. Non è mia intenzione fare la critica ai critici moderni, che addivennero alla soluzione negativa della questione. Mi permetto però di rilevare alcune inesattezze in cui incorse il P. Fedele Savio, quando volle di-

vulgus Chrestianos appellabat. Questa infatti è la vera lezione del ce- lebre testo di Tacito, Ann. XV, 44. Che i Romani, ai quali era scao- nposciuto il nome di C"ristus, con un mutamento di una sola lettera lo - trasformassero in Chrestus (utilis, bonus) lo attestano Tertulliano (Apolog. 3) e Lattanzio (Divin. instit. IV, 7).

(1) Atti, XXVIII,

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 17

mostrare che la credenza della venuta di S. Barnaba a Milano sorse presso di noi nella seconda metà del sec. XI e non prima.

Il P. Savio crede di poter produrre « un documento inec- cepibile, da cui risulta che nel 1059 quella credenza ancora non esisteva ». È un discorso che S. Pier Damiani nella qualità di legato pontificio tenne a Milano nel suddetto anno alla presenza dell'arcivescovo Guido, del Clero e del popolo per sollecitare la riforma del Clero e la debita dipendenza verso la Chiesa di Roma. A tal uopo richiama alla memoria dell’ uditorio il fatto che due dei primi martiri milanesi, Nazaro e Celso, ricevettero la fede da S. Pietro e la cresima da S. Lino: egli si appella agli Atti di questi Martiri, che si conservavano negli Archivi della Chiesa, e sfida i Milanesi a convincerlo di bugia (1). In- vece il P. Savio parafrasa quel passo (2), dicendo che il Da- miani « sfidava tutti i Milanesi a ricercare nelle antiche loro memorie per trovare se per caso avessero ricevuta la fede da altri che dai missionarii mandati loro dal papa successore di Pietro »: il che è cosa ben diversa da ciò che disse il Damiani.

Soggiunge il P. Savio: « Sappiamo inoltre che la suddetta argomentazione del Damiani dispiaque molto al clero concubi- nario, e lo storico Arnolfo che allora ne sosteneva le partì, dopo narrato di quel discorso, ch’egli pure aveva sentito, fa un’ invettiva contro i Milanesi suoi concittadini, chiamandoli stolti, perchè non avessero risposto al Damiani, che se Roma si vantava d’ Apostolo, Milano si poteva gloriare di S. Ambro- gio » (3). Si domanda quindi : « Se già fosse stata diffusa l’idea della venuta di S. Barnaba, non avrebbe dovuto Arnolfo piut- tosto dire: rispetto a Roma non è da disprezzarsi Milano che Sì vanta dell’ Apostolo Barnaba? » (4). Ma è difficile giudicare della psicologia di tempi che non sono nostri. Nel meilio-evo a Milano si usava attribuire tutte le istituzioni ecclesiastiche a

(1) « Scrutamini scripturas vestras et per quod vultis inquirere; et si non potestis per vosmetipsos invenire quod loquimur, mendacii arguite ». Mione, P. L. CXLV, 91.

(2) La Datiana Historia in Kiv. di Scienze Storiche, 30 settembre 1904, pag. 194.

(3) « O insensati Mediolanenses! Quis vos fascinavit ? .... Forte di- cetis: Veneranda est Roma in Apostolo, Est utique, sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio ». ARN. Gesta Archiepiscoporum Mediolan. L II, c. XIII, in Rer. /t. Script. tom. IV.

(4) La Datiana Historia, pag. 194, seg.

Arch. Stor. Lomb., Anno LII, Fasc. I-lI 2

18 ANTONIO MERISI

S. Ambrogio, sicchè gli arcivescovi milanesi reputavano vanto il sottoscriversi Vicarii S. Ambrosit: nessuna meraviglia che anche In questa occasione alla mente dello scrittore milanese si prospettasse la persona di S. Ambrogio più che qualsiasi altra. Nel caso particolare poi si trattava del matrimonio dei preti che il clero nicolaita del sec. XI pretendeva fosse un privilegio accordato da S. Ambrogio alla Chiesa Milanese.

Verso la fine del 1088, quando Bonizone vescovo di Sutri portava a compimento la sua opera intitolata Decretum, la cre denza «della venuta di Barnaba correva a Milano. Infatti Boni- zone rimprovera ai Milanesi di aver messa fuori per spirito di superbia che la loro chiesa fosse stata stabilita non da S. Pietro nè da alcuno de’ suoi successori, ma da S. Barnaba (1). Il P. Savio si chiede da quando, secondo Bonizone, i Milanesi avevano messo fuori le loro pretese, e risponde : « Egli non dice espressamente che quella credenza fosse nuova, ma lo lascia capire » (2). Ma anche qui il P. Savio prende abbaglio. Bonizone asserisce che la Chiesa di Milano per circa tre secoli si tenne separata dalla Romana, e che lo scisma fu chiuso pochi anni prima per opera del Damiani. Se quindi la credenza della venuta di S. Barnaba tu messa fuori per spirito scismatico, Bonizone non poteva rife- rirsi a un tempo posteriore a) 1059 quando lo scisma era cessato, ma agli inizî del preteso scisma, cioè al sec. IX.

Inoltre, a proposito della Datiana Historia, citata da Lan- dolfo Seniore per prova della venuta di S. Barnaba a Milano, il P. Savio sembra aggirarsi in un circolo vizioso. Egli sostiene che nessun scrittore milanese, prima di Landolfo affermò questa venuta; ma Laudolto a prova del suo asserto, adduce la testi- monianza di questo libro, ch'egli chiama annosum; cioè anti- chissimo : e il P. Savio attribuisce a Landolfo stesso la compo- sizione del libro, perchè prima di lui nessun scrittore milanese affermò la missione barnabea a Milano. P. Savio, è vero, cerca di giustificare la sua tesi colle affinità stilistiche della Datiana colla Historia Mediolanensis di Landolfo ; ma nel corso del suo stu- dio egli deve avvertire anche delle difterenze, che si affretta a spiegare colla diversa età dell’ autore, quando scrisse le due opere. Il vero è che la Datiana Historia non puo essere opera nè di

pi

(1) « Quamobrem errant Mediolanenses, qui fastu superbia infiati suam dicunt ecclesiam non a Petro nec a suis successoribus, sed a Barnaba sumpsisse exordium ».

(2) 1. c. pag. 196.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 19

Landolfo nè di altro scrittore del sec. XI, perchè contiene tra- dizioni e credenze che nel secolo XI erano già tramontate, di- menticate e sostituite da altre. Nessun scrittore intatti del sec. XI, avrebbe potuto scrivere che la chiesa e gli orti di Filippo erano fuori di P. Ticinese, dopo che la pseudo-lettera ambrosiana del se- colo VIII circa, e tutti gli scrittori posteriori li collocano fuori di P. Vercellina; nessun scrittore del sec. XI avrebbe potuto serivere che il vescovo Mona fu sepolto nel cimitero Romano, dopo che l’ arcivescovo .\rnolfo nel 1018 ritenne di averne rin- venuto il corpo nel cimitero di P. Vercellina; nessun scrittore del sec. XI avrebbe pensato a dare a Mona per successore im- mediato Materno, contrariamente a tutte le liste episcopali di quel secolo, che invece assegnano Mirocle.

La questione barnabea non la si può dire risolta : potreb- bero venire alla luce nuovi elementi, capaci di modificare i giu- dizi e gli apprezzamenti della moderna critica. Si potrebbe, p. es., chiedere perchè mai, mentre gli Orientali hanno retrocesso Bar- naba nel novero dei 72 discepoli del Signore, in Occidente il nostro Ambrogio lo elenca tra gli Apostoli colonne della Chiesa, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni (1). Ma prima di fare qualsiasi apprezzamento in proposito, occorrerebbe fare la cri- tica del testo ambrosiano : alcuni codici non hanno il nome di Barnaba (2): si tratta di una interpolazione nei primi, o di una omissione nei secondi ? _

In ogni modo io ritengo che la venuta di S. Barnaba a Milano, se non è storicamente provata, non è però destituita di qualsiasi probabilità, e sopratutto si presenta verosimile nel quadro dell’ evangelizzazione dell’Occidente. Ciò invece che de- vesi scartare è che S. Barnaba sia il fondatore dell’ episcopato milanese.

La sede milanese è apostolica ?

Quando si dice che una Chiesa è apostolica, s’intende asse- rire non solo che fin dall'epoca apostolica esistesse una comunità

(1) « .... Significans columnas esse Ecclesiae apostolos, qui fun- dati sunt in timore sanctorum. Nam sicut Petrus, Iacobus, et Iohannes, et Barnabas columnas esse videbantur Ecclesiae... », S. AMBR., In ps. David CXVIII, serm. V, n. 39.

(2) Sono i manoscritti segnati nell'edizione Balleriniana colle let- tere A, N, P, a.

20 ANTONIO MERISIO

cristiana più o meno organizzata, ma altresì che la serie de’ suoi vescovi risale ai tempi apostolici e che il protovescovo ebbe l’istituzione da un Apostolo. |

I critici moderni sono comunemente sfavorevoli ad ammet- tere l’ apostolicità della sede milanese, perchè si è soliti con- nettere questa questione coll’altra dell’apostolato di S. Barnaba a Milano.

A. Colombo, nell’ articolo Due ricordi toponomastici di Mi- lano, ecc. pubblicato nel fasc. III-IV dell’ Arch. Stor. Lomb. dell’anno 1922, nella nota 4 a pag. 223 a proposito delle ori- gini della Chiesa Milanese scrive: che è « ormai universalmente ammesso che S. Barnaba non venne a Milano, e quindi la chiesa milanese non ebbe origine apostolica ». Soggiunge tuttavia che « non Si può negare che il Vangelo abbia avuto quivi i suoi primi seguaci nell’età stessa degli apostoli od immediatamente successiva..... E subito vi dovette esser fondata una « comunità » o « chiesa » cristiana, la quale già nel principio del II secolo funzionava con un proprio « vescovo », succeduto al semplice « presbitero », ed aveva la sna « domus » e il suo « cimitero ». La primordiale ‘organizzazione della chiesa milanese non fu, quindi, diversa da quella delle chiese sorte negli altri municipi anche di minore importanza della metropoli insubrica ».

Tuttavia anche la questione dell’ apostolicità della Chiesa Milanese non è risolta. Recentemente, nel 1921, l’ E.mo Card. Achille Ratti, ora felicemente regnante Pio XI, della cui com- petenza nella storia ecclesiastica di Milano tutti sono concordi, nella lettera pastorale diretta al clero e al popolo milanese nel quale annuncia il suo ingresso in diocesi, dopo di aver fatto osservare che è gran cosa l’episcopato anche nell’ultima delle sedi del mondo cattolico, soggiunge : « Che dire poi trattandosi... di ascendere ad una sede che per l’origine apostolica.... è la prima d’Italia e tra le prime del mondo? » Quindi ancora noi possiamo affrontare la questione, anche in senso favorevole, pur arrischiando di andar contro la corrente moderna.

Per assolvere la questione occorre prima sgombrare il campo da qualche preconcetto.

Abbiam visto che all’ epoca apostolica, la gerarchia locale constava di soli due gradi, presbiteri e diaconi; quindi il go- verno locale delle chiese era collegiale. Quando il governo locale divenne monarchico mediante i vescovi residenziali ?

L'’EVANGELIZZAZIONE DELL’ALTA ITALIA 21

‘ Nell’istituzione dei vescovi residenziali sì trova una graude differenza tra l'Oriente e l'Occidente. Mentre in Oriente, fin dal tempo di Ignazio d’ Antiochia, e cioè nella prima metà del sec. II, troviamo vescovi in ciascuna delle città, auche piccole dell’Asia Minore, e della Grecia; in Occidente, e precisamente nell’ Alta Italia, nella Gallia, nella Germunia, nella Spagna, essi comfiono assai in ritardo, nei secoli successivi. Il fatto non dipende, come abbiamo visto, da una tardiva evangelizzazione dell’Occidente, ma dalla diversità di condizioni di luogo e di ambiente, per le quali in Occidente tornava più opportuno l’ag- gruppamento di molte cristianità sotto il controllo di un sol vescovo. Del resto S. Leone Magno ci fa conoscere il criterio che si seguiva in Occidente per elevare una chiesa alla di- gnità episcopale: « Per quanto riguarda la dignità episcopale vogliamo che siano osservate le disposizioni dei canoni, e cioè che non siano consacrati vescovi in tutti i luoghi e in tutti i castelli, e dove non v’erano dapprima: giacchè dove le plebi sono minuscole, e minori le adunanze, basta la cura dei preti: il governo episcopale deve presiedere solamente alle popolazioni

maggiori e alle città più numerose » (1).

Ma l'istituzione dei vescovi residenziali non interessa la questione delle sedi apostoliche. Nou sembra infatti che nel periodo apostolico e in quello immediatamente successivo ve- nissero fatte mutazioni nel governo locale delle chiese. Invece le chiese apostoliche si riconnettono con quei discepoli degli Apo- stoli che, dopo di aver collaborato cogli Apostoli nell’ evange- lizzazione del mondo, furono da quegli stessi preposti al governo di intiere regioni. Così dall’apostolo Pietro, Marco fu preposto alle cristianità d’Egitto, Evodio a quelle di Siria; dall’ apostolo Paolo Timoteo ebbe il governo dell’ Asia, Tit> quello di Creta. Sono questi personaggi che raccolsero l’eredità degli apostoli, e la trasmisero ai, loro successori. Questi grado grado che veni- vano costituendo vescovi residenziali nelle diverse località entro ì confini della regione, andavano trasformandosi essi pure in voscovi residenziali, e divennero i vescovi della città metropoli della regione. Così da principio un sol vescovo esisteva per tutta la Siria, che divenne il vescovo di Antiochia; e un sol vescovo

(1) Ep. LKXXVII.

22 ANTONIO MERISI

per tutto l’Egitto, che divenne il vescovo di Alessandria. Ecco la genesi delle chiese apostoliche.

In quale considerazione erano tenute le chiese apostoliche, lo sappiamo da Tertulliano: erano considerate le depositarie della genuina tradizione; ad esse si ricorreva per conoscere la tede ortodossa, per apprendere la disciplina ecclesiastica. Ter- tulliano sfida gli eretici novatori a dimostrare se fra cdi loro fossero delle chiese apostoliche : « Producano dunque l’ origine delle loro chiese, facciano passare l’ ordine di successione dei loro vescovi, dimodochè risalendo sino al principio, il capolista derivi da un apostolo o da un apostolico che cogli apostoli abbia perseverato ». Per questo le chiese apostoliche fin dai secoli più remoti ebbero somma cura di compilare il cataloga dei loro ve- scovi: era quello il documento della loro legittimità. Così nel sec. II Egesippo, che viaggio a lungo da chiesa a chiesa, rac- colse parecchie liste episcopali. La successione dei vescovi ro- mani ci è stata tramandata da S. Ireneo e da Tertulliano. Nella Cronografia di Giulio Africano (scrittore del sec. III), opera perduta, Eusebio trovò le liste episcopali di Roma, d’ Alessandria, d’Antiochia.

Da ciò si vede che il titolo di apostolico nell’ antichità non poteva essere attribuito a chicchessia : esso era dato esclusiva- mente a quelle chiese, che erano in grado di provare la suc- cessione apostolica.

La questione delle chiese apostoliche in Occidente non fu mai messa nei suoi termini esatti. Si tratta di sapere se S. Pietro (giacchè io sottoscrivo alla tesi di Innocenzo I), ha affidato il governo di tutte le cristianità «d’ Occidente a un sol vescovo, quello di Roma, o a più vescovi, assegnando a ciascuno deter- minate regioni. La tesi del Duchesne e del P. Savio, che ritiene l'originaria unicità del vescovo di Roma per tutto 1’ Occidente, oltre ad essere inverosimile per l'eccessiva estensione «del ter- ritorio affilato ad un unico vescovo, il quale aveva altresì la cura della Chiesa Universale, è anche contraria alla lettera di papa Innocenzo, la quale fa originare i vescovadi d’ Occidente non solamente dai Romani Pontefici, ma anche da S. Pietro stesso.

Per quanto rignarda l’Alta Italia, della quale solamente intendo occuparmi, nella prima metà del sec. IV aveva ancora un vescovo regionale. S. Atanasio nella lettera ai vescovi d’ E-

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA Il ALIA 23

gitto e di Libia nomina Eustorgio, Episcopwus Italiae (1): egli occupa l’ ottavo posto nella lista episcopale milanese; e la Da- tiana Historia chiama i vescovi milanesi Italorum Metropolitana Sedia Antistites. Ciò, è vero, non basta per concludere che la sede milanese è apostolica; ma altri documenti di natura tut- t'altro che leggendaria lo affermano esplicitamente.

Ecco : noi troviamo che la sede di Milano è chiamata cat- tedra degli apostoli; noi troviamo nominato il fondatore della sede l’ apostolo Pietro; noi troviamo il nome del suo discepolo, Anatalone, col quale comincia la serie dei vescovî milanesi. Ab- biamo qui riuniti tutti i dati sufficenti per conchiudere alla apostolicità della sede di Milano.

Chi chiama cattedra degli apostoli la sede milanese è S. Ba- silio, vescovo di Cesarea. Egli, rispondendo alla richiesta di S. Ambrogio di avere il corpo del suo predecessore, S. Dionigi morto in esilio per la fede, prende occasione per congratularsi della elevazione di Ambrogio alla cattedra degli apostoli (2).

Chi fa il nome dell’apostolo Pietro come fondatore dell’epi- scopato milanese è S. Gaudenzio, vescovo di Brescia. Egli nel tractatu (omilia) habdito in die suae ordinationis apostrofa il me- tropolita consecratore, Ambrogio, qual successore dell’ apostolo Pietro, la bocca di tutti i vescovi circostanti (3).

In qual senso Gaudenzio chiama il vescovo di Milano suc- cessore dell’ apostolo Pietro lo possiamo trovare in una espres- sione parallela di Massimo vescovo di Antiochia, che nel con- cilio di Calcedonia proclamò il trono della metropoli d’ Antiochia essere trono di Pietro (4); e nell’ altra espressione di Sinesio vescovo di Cirene, che attribuisce a Teofilo d'Alessandria /° aw- torità della successione evangelica (5), per essere stata quella sede fondata da S. Marco discepolo di S. Pietro.

Questo passo non può essere interpretato come un’ espres- sione puramente oratoria; perchè qui Gaudenzio intende spie-

(1) Cun questo nome si des! gnava allora la diocesi civile d' Italia, l'Alta Italia.

(2) «.... aùtds ce Kuptos, Atò tav xperliv TÙS YHs, dnl chv xaSedpav rev È rom uv ustednxev ». Ep. 55 ad Ambr., alias CXCVII.

(3) « ... tamquam Petri Apostoli successor, ipse erit 08 univer- sorum circumetantium Sacerdotum ».

(4) €.... tèv Spdvov ’Avttogevv puntpordàews, tòv ToU &ytov Ietpov. » (Cone. Calo, act. 7).

(5) «.... aùtevilav 195 edayyodix%s Fradox; » (Syn. Cyr., pe. LEVI.) —

24 ANTONIO MERISI

gare la rappresentanza che il suo metropolita ha dei vescovi suffraganei, precisamente colla successione apostolica del me- tropolita stesso.

Chi fa il nome del discepolo di S. Pietrò, che tu dall’ apo- stolo costituito protovescovo di Milano, è Paolo Diacono il quale nella sua Storia dei vescovi di Metz, scritta tra gli anni 780 e 787, afferma che S. Pietro spedì alcuni suoi discepoli a di- verse città italiane, e tra gli altri Anatolio a Milano (1). Non deve tar difficoltà l’epoca tardiva della notizia di Paolo ])iacono, giacchè è sostanzialmente implicita nella testimonianza di Gau- denzio di Brescia. Anzi le due testimonianze concordanti, che si manifestano a distanza di quattro secoli, provano che questa tradizione era radicata nell’Alta Italia.

Del resto la questione non è solamente storica, è altresì giuridica : la storia ecclesiastica del sec. IV ci presenta un’ in- gerenza del vescovo di Milano nel governo della chiesa univer- sale che non è facilmente spiegabile in un semplice vescovo. Atanasie, condannato dai vescovi orientali, si appella ui vescovi di Treviri, di Milano e di Cagliari, come a rappresentanti l’ e- piscopato d’Occidente. — Paolino, storiografo di S. Ambrogio, dice che era in lui la sollecitudine di tutte le Chiese (2): e le gesta del suo pontificato lo dimostrano. Alla morte del vescovo di Sirmio in Dalmazia egli vi accorre per farvi nominare un suc- cessore ortodosso, ed è lui che consacra il nuovo vescovo. — A Firenze compie il rito della dedicazione «della chiesa fondata dalla matrona Giuliana; da lui quella chiesa prese il nome di ambdro- siana (S. Lorenzo). — Quando i messi imperiali si presentarono ad Ambrogio per intimare la consegna della basilica porziana agli ariani, egli stava dando udienza a vescovi della Gallia ve- nuti per consultarlo. — Pertanto Teodoreto colloca Ambrogio di Milano a fianco di Damaso di Roma, suscitato da Dio al governo della cristianità nella difesa dell’ortodossia (3). -- E dopo Am-

(1) « Tunc denique Apollinarem Ravennam, Leucium Brundusium, Anatolium Mediolanum misit ». Anatolio vien identificato con Ana- talone, che trovasi a capo di tutte le liste episcopali milanesi.

(2) « Erat etiam ir illo sollicitudo omnium Ecelesiarum ». Vita S. Ambrosii, n. 38.

(8) « Tunc apud Hesperiam Damasus Romanus et Ambrosius Me- diolanensis spiritalibus iaculis feriebant hostes.... Hos Aivina Providentia gubernatores in fluctuatione praeparavit, et militum sapientissimos duces ». Hist, Eccl. Trip. 1. 8, c. 10.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 25

brogio i vescovi d\Africa, riuniti in Concilio a Cartagine (397), consultano Siricio di Roma e Simpliciano di Milano (1); — quelli di Spagna nel concilio di Toledo (400) fanno altrettanto, ricor- rendo insieme al papa e a Venerio di Milano.

Una prova della posizione mondiale che aveva la Ohiesa di Milano durante il secolo IV, è anche la rapidità di diffusione che le sue istituzioni, specialmente liturgiche, ebbero per tutto l'Occidente. Paolino, dopo aver detto dell’istituzione delle an- tifone, degli inni e delle vigilie, avvenuta a Milano nel 386, sogginnge che questa divota pratica si conservava ancora ai suoi tempi non solo in detta Chiesa, ma per quasi tutte le provincie d’Occidente (2). Non è il caso di diffondersi e di mostrare qual larga applicazione ebbero nelle antiche liturgie della Gallia e della Spagna queste ed altre genuine istituzioni milanesi. Ag- giungiamo che i Martiri milanesi ebbero culto per tutto il mondo: ovunque si trovavano chiese dedicate ai SS. Gervaso e Protaso, ai SS. Nazaro e Celso, ai SS. Mauritani (Vittore, Naborre e Felice).

Contro l’apostolicità della Sede Milanese, si obbietta che la serie dei suoi vescovi non può raggiungere l’epoca apostolica. Il punto di partenza è l’anno 314, data della sottoscrizione del vescovo Mirocle al concilio di Arles: prima di quella data si hanno appena sei vescovi, compreso lo stesso Mirocle.

Infatti i cataloghi dei vescovi milanesi, dei quali i più an- tichi sono del sec. XI, nominano cinque soli vescovi anteriori a Mirogle: essi sono Anatalone, Caio, Castriziano, Calimero e Mona. — Ma la Cronaca Daziana invece assegna come succes- sore immediato di Mona, Materno, che quindi dovrebbe essere collocato prima di Mirocle. Le litanie quaresimali pongono Prima di Mirocle oltre a Materno anche Eustorgio, quindi sette vescovi.

Il P. Savio sta coi cataloghi, ne scarta però la cronologia per la ragione che essa è incontrollabile; fissa una media di anni

20 per ciascun pontificato, è così arriva appena alla fine del 8ec. lI.

(1) « De Donatistis placuit, ut consulamus fratres et consacerdotes nostros Siricium et Simplicianum ».

(2) Hoc in tempore primum antiphonae, hymni ac vigiliae in Ec- clesia Mediolanensi celebrari coeperunt: cujus celebritatis devotio hu- que in hodieronm diem non solum in eadem ecclesia, verum per omnes pene Occidentis provincias manet », Vita S. Ambrosii, n. 19.

26 ANTONIO MEKRISI

Si avverta: I. il vescovo che vien posposto a Mirocle è Materno. Orbene, se vi ha uu vescovo pel quale la tradizione milanese non ammette dubbio sul tempo del suo pontificato, è appunto desso; Materno è uno dei vescovi che dalla più remota antichità ebbe il culto di confessore, e tutti i documenti sono concordi nell’ asserire che egli patì per la fede durante la per- secuzione di Massimiano ; lo dicono le Passiones dei martiri mi- lanesi, atti affatto indipendenti dalla Cronaca Daziana; lo di- couo i martirologi (v. il martirologio romano), che ripetono la loro origine dai calendari ecclesiastici del sec. IV ; la conclusione logica sembrerebbe dover essere che il nome di Materno debba anteporsi a quello di Mirocle, in piena conformità alia crono- tassi della Historia Datiana. Iuvece si preterisce contradire a tutta una tradizione costante e pacifica, portando il pontificato di Materno all’epoca costautinisna.

II. La media di anni 20 per ciascun pontificato potrebbe valere oggigiorno, che la promozione all’ episcopato si fa di persone d’ età inoltrata (1); non però in quei primi secoli, nei - quali si soleva nominare dei giovani alle fatiche missionarie ‘dell’ episcopato. S. Paolo raccomanda ai fedeli di non disprez- zare la giovinezza di Timoteo. La medesima raccomandazione la troviamo nelle lettere di S. Ignazio d’ Antiochia nei riguardi di un vescovo dell'Asia Minore. Basti per tutti il fatto che San Policarpo vescovo di Smirne ebbe un pontificato di 90 anni! Da questi rilievi si fa evideute che la media di 36 anni, che oc- corre assevnare ai primi sette vescovi milanesi per raggiungere l’età apostolica non è una cifra assurda.

III. La verità è che la questione dell’apostolicità o meno della sede milanese è indipendente dalla questione cronologica. Lu cronologia nou ci autorizza a concludere che la sede milanese è apostolica, ma non oppone neppure una seria difficoltà alla tesi affermativa. Del resto, quand’ anche noi non possedessimo più la lista dei vescovi milanesi, non sarebbe lecito mettere in dubbio la sua apostolicità, se essa era riconosciuta quando la tradizione ecclesiastica non era ancora inquinata dalle leggende.

(1) In un periodo di 170 anni (1742-1921) sedettero sulla cattedra mi- lanese soli otto arcivescovi, con una media quindi di 21 anni. Se Monsi- guor Ballerini, rinunciatario, avesse tenuto la carica sino alla morte, sarebbero stati appena sette con una media di 26 anni.

L'’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 27

La giurisdizione metropolitica della Sede Milanese e sua natura.

La giurisdizione metropolitica della Sede Milanese, che ri- monta alla più remota antichità, sembra confermare la sua ori- gine apostolica.

Le sedi apostoliche esercitarono sulle sedi episcopali da loro fondate nell’ambito della propria regione i diritti metropolitici per nativa ragione di matricità. Quanto a quelle provincie, nelle quali nessuna sede godeva di una preminenza sulle altre, quando gli interessi comuni venivano trattati nei sinodi, veniva chia- mato a presiedere l'adunanza il vescovo più anziano o il vescovo del capoluogo della provincia.

Il Concilio Niceno (325) si occupò dell’organizzazione delle provincie ecclesiastiche. Esso dispose che in ogui provincia i Vescovi dovevano. essere insediati da tutti i colleghi, e gli as- senti, impediti ad intervenire, dovevano almeno dare la loro adesione; la presa di possesso doveva essere confermata dal Vescovo del capoluogo (can. 4); i vescovi di ogni provincia erano invitati a radunarsi due volte l’anno a concilio per giudicare gli appelli dalle sentenze vescovili (can. 5).

Nessun dubbio che il concilio in questi canoni si riferiva alle provincie civili dell’ impero, quali risultarono dal rimaneg- giamento amministrativo di Diocleziano : su di esse il concilio intese organizzare le provincie ecclesiastiche. Del resto se ve Ne fosse dubbio, esso sarebbe tolto dal can, IX attribuito al concilio antiocheno (a. 341): « È necessario che i vescovi, che gono in ciascuna provincia, riconog:ano il vescovo che presiede nella metropoli, e che egli intraprenda la cura di tutta la pro- vincia: conciossiachè nella metropoli per ogni banda concorrono tutti coloro che hanno negozi. Onde è parso bene che egli abbia l'onore di precedere, e che gli altri vescovi nessuna cosa di grave considerazione intraprendano senza di esso, secondo il più sutico canone, che dai nostri Padri ha ottenuto autorità ».

Ma il concilio niceno, regolando i rapporti provinciali tra i vescovi, non volle per nulla derogare ai preesistenti diritti metropolitici delle sedi apostoliche. In particolare esso sanziono i diritti del vescovo alessandrino di fronte alle chiese di tutto l'Egitto, della Libia e della Pentapoli, per le quali il vescovo di Alessandria rappresentava il superiore immediato del vescovo locale: egli era il solo metropolitano. Qui il concilio cita l’uso di Roma: tredh «zi 76 iv tf ‘Poun iziorizo Tolto suvidés torw. L'espressione è indeterminata : alcune versioni latine di questo

28 ANTONIO MERISI

canone presentono una maggior determinazione, limitando la giurisdizione metropolitica del papa ai suburbicaria loca, cioè escludendo l’Alta Italia. Così anche dovevano essere rispettate le vecchie consuetudini di Antiochia e di altrove: anche il ve- scovo di Aelia (Gerusalemme) doveva conservare intatte le sue prerogative tradizionali, senza danno, ben inteso, dei diritti metropolitici di Cesarea (can. 6, 7).

Come si vede, il concilio non intese di nominare tutte le sedi upostoliche: nessun cenno, p. es. della chiesa di Efeso, la cui apostolicità venne riconosciuta dal Concilio di Calcedonia.

Venendo all’Occidente, S. Atanasio (1) nel 358 ha occasione di nominare tre metropoliti: Paolino vescovo della metropoli delle Gallie, Dionisio vescovo della metropoli d’ltalia, Lucifero vescovo della metropoli delle isole ds Sardegna. Paolino era ve- scovo di Treviri, Dionisio di Milano e Lucifero di Cagliari.

Quale origine ebbe la metropoli milanese ?

« Nell’ Alta Italia, scrive il Duchesne, non si ebbe dap- principio che un sol metropolitano, quello di Milano, la giuri- sdizione del quale si stendeva su tutta la diocesi chiamata d'I- talia » (2).

La metropoli milanese non può ripetere la sua origine dai canoni del concilio niceno, che organizzarono le provincie ec- clesiastiche sul piano delle civili, pel semplice fatto che la cir- coscrizione metropolitica di Milano varcava i confini di una sola provincia, ma ne comprendeva ben quattro: Venetia e Histria, Liguria et Aemilia, Alpes Cottiae, Rhoetia, alle quali alcuni aggiungono una quinta Flaminia et Picenum annonarium.

Per questo motivo coloro che spiegano la formazione delle circoscrizioni metropolitiche ecclesiastiche come un adattamento alle circoscrizioni amministrative dello Stato, come il Cipolla, il Duchesne, il Savio, a proposito di Milano non si appellano ai .canoni dei concili di Nicea e di Antiochia, ma risalgono e si fermano alla costituzione della diocesi italiciana fatta dall'im- peratore Diocleziauo, e suppongono che contemporaneamente avvenisse una eguale costituzione nel campo ecclesiastico, de- terminato dall’ importanza che la Sede Milanese venne ad as8- sumere dal fatto che la città divenne residenza imperiale. |

. Ma in contrario sta che non si può invocare nessun canone

(1) Apol, de fuga sua, ed. maur. I, 322. (2) Origines du culte chrétien, Paris, 1902, p. 31.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 99

ecclesiastico, che crei delle circoscrizioni ecclesiastiche plasmate sulle diocesi civili. Chi per primo si occupò di diocesi fu il con-

| cilio costantinopolitano del 381: ma non già per creare delle

giurisdizioni ecclesiastiche estese a intere diocesi, bensì per li- mitare l’ingerenza un po’ cosmopolitica di alcuni vescovi. Intatti il can. 2° vieta ai prelati di mescolarsi negli affari di altre « dio- cesi » civili diverse dalle loro ; il vescovo di Alessandria limi- terà la sua sorveglianza all’Egitto ; 1’ amministrazione religiosa dell'Oriente (Siria) riguarda solamente i vescovi d’ Oriente, che terranno conto di quanto è stato definito a Nicea circa le pre- rogative della Chiesa Antiochena ; lo stesso si dica per le dio- cesi dl’ Asia, del Ponto e «ella Tracia. -- Ora nessuno vorrà sostenere che la giurisdizione del vescovo d’ Alessandria sul- l’intero Egitto, del vescovo d’Antiochia sulla Siria, del vescovo d’ E.eso sulla diocesi d’ Asia, ecc. avessero avuto origine dalla creazione delle diocesi civili fatta da Diocleziano. — Quanto poi alla qualità di urbs regia, essa non ha mai per se sola, modifi-

. cato i titoli giurisdizionali di una sede. Lo esclude esplicitamente

una lettera di papa Gelasio I (492-496) : « Forse che l’imperatore non risiedette per molto tempo x Ravenna, a Milano, a Sirmio, a Treviri? Forse che i vescovi di queste città si sono arrogati diritti in maggior misura di quella che era stata loro conferita anticamente? » (1) Dunque, secondo Gelasio, il vescovo di Mi- lano godeva della giurisdizione su tutta l’ Alta Italia ancor prima che la città diventasse residenza imperiale. Del resto la Chiesa Occidentale ebbe sempre cura di conservare la propria indipendenza dal potere laico. Papa Innocenzo I verso il 415 alla domanda se, divise per decreto imperiale le provincie e moltiplicate le metropoli, dovevano dividersi le chiese vescovili, rispose che non dovevasi per le mutazioni delle necessità mon- dane mutare la Chiesa di Dio, nè seguire le divisioni che, per suoì motivi, l’ Imperatore credesse di fare (2).

Più conforme a verità è l’asserire che alla Sede Milanese competeva la giurisdizione metropolitica per diritto nativo di matricità : le sedi episcopali dell’ Alta Italia furono da essa

(1) « Numquid apud Ravennam, apud Mediolanum, apud Sirmium, apud Treviròs, multis temporibus non constitit imperator? numquidnam harum urbium sacerdotes ultra mensuram sibimet antiquitus deputatam AUppiam suis dignitatibus usurparunt? » Ep. ad episce. Dardaniae, presso Iarrè, 2° ed., 664; MANSI VIII, 49, 63.

(2) IarrÈè, 810.

Dosi

30 ANTONIO MERISI

create, e da essa conseguentemente dipendevano. La Datiana Historia ci presenta il vescovo Materno che, approfittando della relativa pace concessa alla chiesa nei primi decenni dell’impero di Diocleziano e Massimiano, visita le Parrocchie (così si chia- mavano allora quelle che adesso chiamiamo diocesi) a lui 80g- gette, provvedendole di Pastori, giacchè da tempo ne erano destituite. Fra le altre vien nominata la Chiesa di Tortona, la quale dalla morte del-suo primo vescovo Marciano, mandatovi dal nostro S. Calimero, era retta dal collegio dei presbiteri e dei diaconi: e vi consacrò 4» vescovo il diacono Maliodoro.

E quand’anche non volessimo prestar fede alla Datiana Historia, abbiamo sempre l’attestazione di Gaudenzio di Brescia : egli ripete il diritto del vescovo di Milano di rappresentare tutti gli altri vescovi suffraganei dal fatto che egli era il suc- cessore dell’apostolo Pietro.

o) ® *

La metropoli di Milano ebbe il suo massimo splendore nel sec. IV, cominciò a declinare subito dopo. Ma la storia della sua decadenza dooumente essa pure di sua remota origine apo- stolica.

Una prima causa del declinare della metropoli milanese tn la creazione delle provincie ecclesiastiche di Aquileia e di Ravenna, a scapito della circoscrizione milanese: la Venezia e l’Istria infatti passava ad Aquileia, l'Emilia a Ravenna. Non mancarono proteste da parte del Presule Milanese.

Abbiamo ancora un’omelia di S. Pier Crisologo, vescovo di Ravenna, pronunciata nella circostanza della prima ordinazione episcopale da lui compiuta, quella di Marcellino vescovo di Vo- ghenza. Egli prende l’occasione per discorrere della elevazione metropolitica dalla sua sede: « La parola accalorata, -- scrive lo Zattoni (1) — polemizzante dell’oratore dà l’ impressione che l'argomento sia di attualità immediata : la lotta per ottenere il privilegio non è finita; le proteste degli Arcivescovi Milanesi, a cui furono strappate varie città, sono tuttora clamorose e vivaci, l’intervento del Papa e dell'Imperatore non è valso ad acquietarli; i reclami si ripetono con maggior insistenza e au- dacia (2) »

(1) Origine e Giurisdizione della Metropoli Ecclesiastica di Ravenna, in « Rivista di Scienze Storiche », 31 maggio 1904, pag. 349.

(2) « Edicto Caesaris et pagani (il censo d’ Angusto), Dominus ob- temperaturus occurrit et decreto b. Petri, decreto principis christiani, servus aliquis (il vescovo di Milano) tirreverenter obsistit? »

L'EVANGKLIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 31

Una seconda decurtazione della metropoli milanese avvenne sl tempo dello scisma dei Tre Capitoli. Si sa che in un primo momento i metropoliti di Milano, Aquileia e Ravenna furono concordi nel protestare contro il quinto concilio ecumenico, te- nuto a Costaatinopoli, che aveva condannato i Tre Capitoli : sì sa tuttavia che in seguito il metropolita milanese uscì dalla coa- lizione scismatica, capeggiata quindì dal metropolita di Aquileia. Orbene quei vescovi della circoscrizione milanese che perse- verarono nello scisma, si sottrassero dalla giurisdizione mila- nese e passarono a quella di Aquileia e pertanto le loro dio- cesi sostituivano il rito patriarchino all’ ambrosiano. Tale fu il caso di Agrippino vescovo di Como, e de’ Quoi succes- sori. Nella lettera di S. Gregorio Magno a Costanzo di Mi- lano, del luglio 594, si vede che il presule milanese si tro- vava in molta afflizione per la condotta di tre vescovi, che Sì erano separati dalla sun comunione: uno di essi era il ve- scovo di Brescia, il quale, e con lui i suoi cittadini bresciani, esigevano che Costanzo desse loro un’assicurazione scritta e giurata di non aver condannato i Tre Uapitoli. Questi vescovi avevano distolto dalla comunione di Costanzo anche la regina

‘ Teodolinda, che risiedeva a Monza. Il trovare nella pieve di

Monza il rito patriarchiuo, dimostra che anche quella pieve si era sottratta all’obbedienza del prelato milanese.

Fu in questo periodo di tempo dello scisma dei Tre Capi- toli, che il vescovo di Aquileia assunse il titolo di Patriarca. Però il medesimo titolo lo troviamo dato al vescovo di Milano in una lettera di Childeberto re di Francia, del 583.

Il trasporto della residenza episcopale da Milano a Genova durante l’ invasione longobarda, favorì la defezione dei suffra- ganei. Fu in Questo tempo che il vescovo di Pavia pretese l’in- dipendenza dal metropolita milanese. L° arcivescovo Bene:letto 8ì recò a Roma per difendere i diritti della sua Chiesa su quella di Pavia, ma invano (1).

Ometto le ulteriori mutilazioni della metropoli milnnese avvenute nel sec. XII coll’elevazione della sede di Genova al grado di arcivescovado e col conseguente distacco delle diocesi della riviera ligure; e nel sec. XVII con pari elevazione della

(1) « Tune quoque venit Benedictus archiepiscopus Mediolanensis Romam, et causam egit pro Ecclesia Ticinensi ; sed victus est 60 quod s priscis temporibus Ticinenses episcopi a Romana fuerunt ecclesia consecrati ». PaoLo Dirac. 1. VI, c. 29.

32 ANTONIO MERISI î

sede di Torino e distacco di tutto il Piemonte. Con esse la gin- risdizione metropolitica di Milano venne a restringersi alla sola Lombardia: sul suo antico territorio si sono formate ben sei altre metropoli: Aquileia, Ravenna, Bologna, Genova, Torino, Vercelli.

Mentre la metropoli milanese andava smembrandosi, altre metropoli andavano aumentando la loro importanza nell’ orbe cristiano, costituendosi in patriarcati. Oltre alla sede di Roma, anche a quelle di Alessandria e di Antiochia venne riconosciuta uns preminanza su tutte le altre. I diritti patriarcali erano considerati come una emanazione della pienezza di podestà posseduta dal principe degli Apostoli, Pietro, dal quale quelle tre sedi erano state instituite; sicchè S. Gregorio Magno ebbe a scrivere che la sede del principe degli Apostoli era una in tre luoghi (1). Ai tre patriarcati surriferiti si aggiunga quello di Costantino- poli (2), il quale però dovette legittimare la sua posizione col ricorrere ad una ipotetica origine apostolica attraverso all’ epi- scopato di Bisanzio. Così il mondo cristiano resto diviso in quattro grandi circoscrizioni, dipendenti rispettivamente dai patriarchi di Roma, di Costantinopoli, di Alessandria e di An- tiochia; mentre le altre sedi apostoliche, di tronte alle patriar- cali, rimasero relegate come in un ordine secondario.

In ciascuna circoscrizione patriarcale esistevano delle me- tropoli. Tuttavia si conservava una differenza tra le metropoli nate e quelle create dal patriarca. Le prime godevano di uua vera autonomia disciplinare (antocefalia) di tronte al patriarca. Il metropolita ordinava i vescovi suffraganei, e a sua volta era ordinato dal più anziano dei suffraganei. La disciplina ecclesia: stica veniva regolata nei sinodi provinciali, ed anche delle leggi generali emanate dai concili ecumenici erano i sinodi provin” ciali che ne facevano la promulgazione e l’ applicazione locale. Al contrario i metropoliti di creazione del patriarca non erano, di regola ordinaria, autorizzati a tenere sinodi, ma dovevano intervenire insieme coi loro sutfraganei ai sinodi patriarcali. Inoltre la elezione del metropolita doveva ricevere la conferma dal patriarca, e l’eletto doveva recarsi da lui per riceverne l'ordinazione episcopale. Intine egli doveva consultare il patriarca

(1) « Itaque cum ita sint Apostoli, pro ipso tamen principatu sola Apostolorum principis sedes in auctoritate convaluit, quae in tribus locis unius est ». 1. VI, epist. XXXVII; l. VIII, epist. XXXV.

(2) Il patriarcato di Gerusalemme era di solo onore.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 33

nell’ordinazione dei vescovi suffraganei. In breve: egli era me- tropolita rispetto ai vescovi suffraganei, ma suffraganeo rispetto al patriarca. —

Esempio tipico di metropoli creata fu la suaccennata di Ravenna. La giurisdizione metropolitica, come abbiamo visto, non competeva a questa sede per diritto nativo di matricità, ma per privilegio elargito dal Romano Pontefice per interessa- mento dell’ imperatore. Il tenore e i limiti di questi privilegi erano registrati in documenti ufficiali, che si conservavano negli archivi della Chiesa Romana. Ciò appare da una lettera di Giovanni II arcivescovo di Ravenna a Gregorio Magno, scritta nell’anno 593. « Quia ergo universa’ privilegia, quae Sanctae Ravennati Ecclesiae a Praedecessoribus vestris indulta sunt, pro majori satisfactioni subieci, ea in scriniis venerabilibus secundum consecrationis Decessorum meorum tempora fidem nihilominus reperietis » (1). i

L'organizzazione dei grandi patriarcati ha nuociuto tanto alla Chiesa Romana, quanto alla Chiesa di Milano. Alla prima valse ad offuscare il concetto del primato pontificio, il quale si basa non tanto sul fatto che la Sede Romana è apostolica e nep- pure sul fatto che essa fu fondata dall’apostolo Pietro, quanto sul fatto che al vescovo di Roma e a lui solo Pietro ha tra- 8messo la pienezza di giurisdizione di cui egli era investito su tutta la Chiesa e sullo stesso Collegio Apostolico. Il primato pontificio era più nettamente conosciuto sulla fine del secolo I, quando la Chiesa Romana mandava i suoi legati a Corinto a rimettere l’ordine in quella cristianità ; nel sec. II quando S. Ire- neo, vescovo di Lione, asseriva che tutte le chiese devono con- vergere alla chiesa .di Roma propter potentiorem principalitatem, nel sec. III, quando S. Cipriano, vescovo di Uartagine, asseriva che Roma è la chiesa principe, dalla quale promana l’ unità episcopale, nel sec. IV quando S. Gerolamo. assegnava alla Chiesa Alessandrina una semplice comparticipazione alla dignità della Chiesa Romana (2); che non nel sec. VI, quando si asse- riva che la sede di Pietro è una în tre luoghi.

Anche la metropoli milanese ne uscì svalutata. Nel sec. IV 7,

(1) Rossi, St. di Ravenna, pp. 185-186. — Zpist. Gregorii M. III, 5 (ed. Maur. III, 57).

(2) « Tu scito nihil nobis esse antiquius, quam romanam fidem apostolica ore laudatam, cujus se esse participem Alexandrina Ecclesia gloriatur ». (ep. LXKVIII e LXXVIII).

Arch. Stor. Lomb., Anno LII, Fasc. I-II 3

4 ANTONIO MERISI

alle metfopoli orientali d’Egitto, di Siria d’ Asia, facevano ri- scontro in Occidente le metropoli d’ Italia, delle Gallie, delle Isole; ma nei secoli seguenti il posto di queste metropoli vien assorbito da un unico patriarcato d’Occidente, quello di Roma.

Ma l’autocefalia della metropoli milanese dovrebbe essere fuori di discussione. Il vescovo eletto di Milano non si recava a Roma a ricevere la consacrazione episcopale (1). Lo stesso pallio, simbolo della podestà metropolitica, veniva recato al neo eletto a Milano da un legato pontificio, di solito un car- dinale di S. Romana Chiesa (2). Per la disciplina ecclesiastica la provincia milanese provvedeva coi propri concilii. Del resto è prova anche il fatto che quando, nel sec. VIII il metropolita ravennate insorse contro Roma a pretendere l’autocefalia, egli portava l’ esempio del metropolita milanese e reclamava parità di diritti.

À compiere la svalutazione della metropoli milanese, venne la letteratura leggendaria, la quale, pretendendo di assegnare . un’origine apostolica anche alle metropoli create, fece scompa- rire ogni differenza fra metropoli create e metropoli nate, e determinò il livellamento.

La creazione delle metropoli ecclesiastiche determinò spesso delle competizioni tra sedi e sedi, sia circa il possessso dei li- ritti metropolitici sia circa la loro estensione, sia circa l’ ordine di precedenza.

Come si risolvevano queste contese ? Sovente coll’obliterare le origini storiche della giurisdizione metropolitica e col sosti- tuirvi delle origini leggendarie. Così avvenne della sede di Aqui- leia : la pretesa sua origine da S. Marco, discepolo di S. Pietro

(1) Papa Pelagio I in una lettera al patrizio Giovanni (tra il set- tembre del 558 e il marzo del 560) accenna all’ uso secondo il quale il metropolita ‘di Aquileia era il consecratore dell’ eletto di Milano, e viceversa. Ma Gregorio Magno nell’elezione di Costanzo richiamò }’uso antico, cioè ordinò che il metropolita milanese venisse consacrato da’ suoi suffraganei: « a suis episcopts, sicut vetus mos exigit, cum nostro tamen adsensu, faciat cunsecrari » IAFFÈ, 1235. 3

(2) Ancora al principio del sec. XII all’ arcivescovo Grossolano il pallio fu portato dal cardinale Bernardo degli Uberti. E quando all’e- lezione di Anselmo V (1126) e di Robaldo (1185) il papa si rifiutò di spedire il pallio e volle che i neo eletti si recassero a Roma a rice- verlo, ciò fu causa di gravi guai e tumulti anche in mezzo alla po- polazione.

»

L'EVANGFLIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 35

e l’ usurpazione del titolo di patriarca, datano dallo scisma dei Tre Capitoli. Del medesimo tempo sono le pretese di Ravenna; la leggenda di S. Apollinare che vien mandato da S. Pietro a evangelizzare quella città, fa la sua apparizione durante la lotta sostenuta dai metropoliti ravennati per conseguire l’ autocefalia (sec. VII) (1).

E le leggende servivano anche a giustificare le emancipa- zioni dalla giurisdizione metropolitica. Nell’ Antapodosis IIl, 1 (Sec. VIII) leggiamo che l’apostolo di Pavia fu S. Siro, man- datovi dal beato Ermagora, discepolo di S. Marco evangelista (2).

Nel sec. VI, quando ancor chiara era la distinzione tra me- tropoli autocefale e metropoli suffraganee del patriarcato, si tentò una spiegazione essa pure leggendaria di questa distinzione: il patriarca era il successore dell’ apostolo ; le metropoli suffra- ganee erano quelle fondate dai suoi discepoli ; le metropoli au- tocefaie quelle fondate dai Settanta discepoli del Signore. In tal modo si pretendeva spiegare la subordinazione delle prime al patriarca, e la indipendenza delle seconde. A questo scopo doveva servire il Catalogo dei 72 discepoli del Signore, che fece la sua comparsa nei primi lustri del sec. VI, sotto lo pseudonimo di S. Ippolito o di S. Doroteo.

Questa scrittura di patria orientale, che doveva avvalorare le pretese della sede di Costantinopoli, assegna all’ Occidente alenne poche sedi fondate dai discepoli del Signore ; fra esse troviamo quella di Milano, attribuita a S. Barnaba.

Io credo che anche fra di noi la credenza all’ origine bar- nabea della sede milanese spuntasse in quel periodo di tempo. Date le concezioni di quell’epoca, l’origine pietrina della sede di Milano non poteva bastare a giustificare |’ autonomia disci- plinare della Chiesa Milanese di fronte al diritto patriarcale: ed ecco spuntare l’idea che Anatalone non fosse discepolo di Pietro, ma di Barnaba, che fondatore della sede milanese non fosse un discepolo dell’apostolo Pietro, ma 1’ apostolo Barnaba. Questa credenza fu più di nuocimento che di vantaggio; essa infatti servì a liquidare la tradizione gennina dell’origine della

(1) Lo Zattoni la dice scritta fra il 641 e il 672.

(2) « Missus equidem praedicationis gratia a beato Hermagora evan- geliste Marci discipulo Papiam beatissimus pater (Syrus) huiusmodi cum prophecie spiritu, praesagio honoravit: Delectare gaudiis, urbe Papiae, quia veniet tibi ab extremis montibus exultatio. Non vocaberis minima sed prior in finitimis civitatibus ».

d

Fara i) Lo

36 ANTONIO MERISI

sede milanese da S. Pietro senza poter sostituirvisi pacifica- mente : le critiche di Bonizone di Sutri e di Sicardo di Oremona

. nel sec. XI lo provano. Essa anzi continua ancora a nuocere

al giorno d’oggi. Infatti l’esame superficiale di tutte queste leggende induce il critico a considerare la metropoli milanese sul medesimo piede delle altre, e a conchiudere che, se l’origine apostolica delle sedi aquileiese e ravennate deve relegarsi nei campo delle leggende, altrettanto devesi fare della sede mila- nese. i

I secoli VI e VII furono i più netasti per la metropoli di Milano. Leggendo le lettere di S. Gregorio Magno si vede in quale stato di disorganizzazione essa si trovava. Il metropolita col clero maggiore e la nobiltà, all’ avvicinarsi delle orde lon- gobarde, è fuggiasco ed esule a Genova. La città vien occupata da quei barbari ariani; la provincia è dilaniata dallo- scisma aquileiese. È naturale che l’ autorità metropolitica ne uscisse scossa e diminuita, e che di questa condizione di cose il papa Si preoccupasse. Nell’ elezione di Lorenzo II (a. 573) compare il primo segno di intervento del papa. Esso è sotto la semplice forma di cauzione (1), cioè di una professione di fede, rîchiesta dal papa allo scopo di impedire che alla fazione scismatica d’A- quileia si aggiugesse anche il metropolita milanese. Ma nell’ele- zione di Costanzo (593), 1’ intervento del papa si trasforma in un vero assenso (2). — Al tempo di papa Costantino (708-715) l'arcivescovo Benedetto deve recarsi al sinodo romano per di- fendere i diritti della sua chiesa sulla sede pavese. Ma anche nell’anno 680 il suo predecessore Mansueto intervenne a un si- nodo romano. Prima di questa data non mi risulta che i metro- politi milanesi intervenissero a sinodi provinciali romani.

La sede di Milano ebbe a perdere altresì la originaria pre- cedenza sulle altre metropoli. Che il motto, il quale faceva di Milano la prima post Romanam sedes, si conservasse pacifico sino al sec. IX, dovrebbe esser fuori di questione. S. Gerolamo (3), nel nominare ì presuli delle tre principali sedi d’Italia pone

(1) « Decessor Fraternitatis tuae Laurentius districtissimam cau- tionem Sedi Apostolicae emisit, in qua viri nobilissimi et legitimo numero subscripserunt ». S. Gregorio Magno, lib. IV, ep. 2 ad Con- stantium.

(2) « .. a SUIS episcopia, sicut vetus mos exrigit, cum nostro tamen adsensu, faciat consecrari ». S. Gregorio Magno, ep. all’Esarca.

(3) Adv. Ruf., 1. 2.

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 37

quello di Milano subito dopo il papa: Anastasium Romanum, Venerium — Mediolanensem et Chromatium Aquilejensem. Teodoreto nomina i metropoliti d’Italia con questo ordine: Milano, Aquilea, Ravenna. — Il re Teodorico dirige la lettera di convocazione del sinodo Palmare (a. 501) domnis sanctis et venerabilibus patri- bue Laurentio (di Milano), Marcellino (di Aquileia) et Petro (di Ravenna), et cunctis episcopis in Urbe residentibus (1).

‘ Ma a partire dal sec. IX anche questo primato venne con- teso alla chiesa di Milano da Aquilea e da Ravenna; e il me- tropolita milanese ebbe in definitiva la peggio : egli passò suc- cessivamente al secondo e al terzo posto.

Infine l’unificazione del diritto ecclesiastico determinò la de- finitiva abolizione delle autonomie e la completa parificazione dei diritti metropolitici. -

La storia ci presenta la vita della Chiesa sottoposta a due movimenti contrari. Da una parte la diversità d’ ambiente de- termina nelle diverse cristianità delle ditferenze disciplinari e. liturgiche, che tendono a perpetuarsi per spirito di conserva- zione ; dall’altra lo spirito di unità muove a sopprimere queste differenze. Naturalmente era la Chiesa Romana, depositaria del primato pontificio, che più di qualsiasi altra aveva la missione di promuovere l’ unità ecclesiastica anche nel campo della di- sciplina e del culto: e fu dessa che fin dalla più remota anti- chità dovette lottare contro i diversi particolarismi. Basta ri- - chiamare pel sec. II la controversia sulla celebrazione pasquale, pel sec. III quella del battesimo degli eretici. Alcune volte l'uniformità si ottenne per compromesso: così si è fatto nel sec. IV circa la celebrazione del Natale del ‘Signore, tra le chiese d’Oriente che la celebravano il 6 gennaio e quelle d’Oc- cidente che festeggiavano il 25 dicembre, scambiandosi per amore di concordia le due feste.

Era naturale che i maggiori ostacoli all’ uniformità disci- plinare e liturgica si trovassero nelle tradizioni delle Chiese apostoliche o pretese tali; sono queste che in Oriente spinsero la loro autonomia sino a degenerare nello scisma.

Ma prima di propugnare una maggior conformità tra l'Oriente e l’ Occidente, la Ohiesa Romana si trovò davanti al compito di uniformare l’Occidente stesso. Giacchè, nonostante che tutta

(1) Mansi, VIII, 258.

38 ANTONIO MERISI

quanta l’organizzazione ecclesiastica d’Occidente provenisse da Roma, tuttavia si intravede che gli usi, specialmente liturgici, della Chiesa Romana erano osservati solamente negli stretti confini dell’ Italia Media e Meridionale e dell’Africa. La Sspie- gazione di questo fatto non la dobbiamo cercare in uno spirito di indipendenza delle provincie occidentali, ma nella diversità di ambiente nel quale nacquero e crebbero le cristianità d’Occidente. Roma fu sino alla metà del sec. III, una chiesa ellenica, e come tale visse in più intima comunicazione colle Chiese d’ Oriente. È naturale che le Chiese delle provincie occidentali formatesi fuori della coltura e dell’influenza ellenica venissero ad avere usi propri, differenti dagli usi romani.

Di questo stato di cose è indice la lettera di Innocenzo I al vescovo di Gubbio, dalla quale risulta evidente il contrasto tra il diritto della Chiesa Romana a regolare la disciplina di tutto l’Occidente, e lo stato di fatto che una gran parte delle provincie occidentali non seguiva gli usi romani; è indice pure un passo di S. Ambrogio, dal quale risulta che fra le chiese che si differenziavano in materia disciplinare dalla Romana, vi era anche quella di Milano (1). E tu studio costante dei Romani Pontefici di promuovere una sempre maggiore conformità colla Chiesa Romana, sia in Spagna (2), sia in Gallia (3), sia ovunque.

“a

La storia ecclesiastica di Milano ci presenta per tutto il periodo che corre dal sec. IX al sec. XII dei frequenti contrasti colla Chiesa di Roma. Saremmo ingiusti verso i nostri antenati se ne attribuissimo la causa ad uno spirito di ribellione ; mentre al contrario dobbiamo ravvisarvi un eccessivo spirito di con- servazione. Quando i Milanesi rispondevano al Damiano, non essere tenuta la Chiesa di Milano a sottostare alle leggi della Chiesa di Roma, non era il primato puntificio che essi discono- scevano, bensì era un anacronistico appello alla primitiva au- tocefalia della Chiesa di Milano di fronte alla Chiesa patriar- cale d’Occidente. Certo è a dolersi che questo appello a an

(1) <« In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam, sed tamen et nos homines sensum habemus, ideoque quod alibi recte servatur et nos recte custodimus ».

(2) v. la lettera di papa Virgilio a Profuturo vescovo di Braga (a. 538).

(3) v. la lettera di papa Zaccaria a Bonifacio vescovo di Lione (a. 761).

L’EVANGELIZZAZIONE DELL'ALTA ITALIA 39

diritto ormai tramontato, si facesse in difesa di una causa pes- sima, la resistenza alla riforma dei costumi del clero, promossa dal papa. Però la logica spiegazione delle contese religiose, che travaglisarono quel fortunoso periodo, va cercata in quella naturale resistenza che 8si incontra in ogni cambiamento di disciplina. La metropoli di Milano era autocefala; e la sua livellazione alle altre metropoli non avvenne senza resistenze. L’ esercizio stesso degli usi tradizionali era veduto diversamente a Roma e a Milano: qui avevano la forma di diritti, là assumevano l'aspetto di privilegi, e come tali potevano e dovevano abolirsi, tanto più perchè servivano di pretesto per sottrarsi alla riforma dei costumi. Unica reliquia che si conservò ell’antica autocefalia, e non senza contrasti e transazioni, fu nel campo liturgico il rito ambrosiano. LI è è La conclusione di questo studio è che l’origine apostolica della sede episcopale milarese poggia su testimonianze non a- cora influenzate dalla leggenda, e ciò che più importa, 8’ inqua- dra perfettamente nella storia della Chiesa Occidentale. Le ori- gini di essa sono oscure, perchè essa nacque in ambiente estraneo alla civiltà d’allora. Tuttavia le possiamo ricostruire nelle sue linee fondamentali. Checchè sia dei primi banditori del Vangelo, l’organizzazione della gerarchia ecclesiastica proviene tutta da Roma nella persona dell’apostolo Pietro e suoi successori nella cattedra romana. Ma Pietro non fu solo il fondatore del Ponti- ficato Romano; egli istituì altresì dei vescovi missionari per le diverse regioni d'Occidente. La Gallia Cisalpina (Alta Italia) è fra queste regioni che ebbero un vescovo fin dall'epoca aposto- lica; da lui si inizia la serie episcopale milanese.

A. MERISI.

La legislazione di Ottone I

come conseguenza della restaurazione politica dell’ Impero.

PREMESSA

eh’ epoca che chiamiamo di Ottone I°, rappresenta uno

il di quei momenti che la storia della Società umana attraversa dopo un periodo di convulsioni di movi- Fis menti incomposti, buoni e cattivi, che la travagliano e la portano quasi alla soglia dell’anarchia. La ripresa fu brusca, ma galutare per lo spirito di fazione che s’era impadronito del- l’Italia: la disciplina si rinsalda, i vincoli gerarchici si ricosti- tuiscono : si torna apparentemente indietro; ma in realtà la licenza è frenata e si lascia adito a un ulteriore sviluppo della società, verso forme più evolute. Ottone primo è - per giudizio concorde di tutti gli storici - il principe della restaurazione, il pacificatore d’Italia (1). Il feudalesimo ha da lui una salda or- ganizzazione quale forse non ebbe dagli stessi carolingi: la le- gislazione riflette quanto di più conservatore esisteva nella società di quel tempo; è la spada che decide le questioni di

(1) BoxizonE DA SOTRI, Ziber ad amicum’(M. G. H. Libelli de lite imperat Potest. Vol. I p. 581). Un analogo concetto ritroviamo anche in Pietro Crasso « Deinde aliquanto tempore devoluto, iterum pro de- « fensione Italiae summa rerum mandata Ottoni cognoscitur. Nam in « gestis illins ita scriptum reperitur: Tempore igitur quo piissimus rex « Otto Romae nuctionem suscepit imperii, residente in synodo (summo) <« et universali papa Domino Johanne... » (Libelli de lite) cit. I. p. 445. Dove appare che queste parole si ritrovano e nel prologo alla legge e in Liutprando Hist. Ottonis c. XXII; donde la loro provenienza da un ceppo originario unico,

5 LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 4f diritto civile; e i magnati, i potenti, si gloriano di questo ritorno - all'antico come di una grande conquista :

Nos belli dono ditat rex maximus Otho (1).

Tuttavia, pur attraverso a questa poderosa restaurazione, Ottone non inaridì, come avrebbe dovuto fare se la sua politica . fosse stata ciecamente reazionatia, le fonti del progresso; giacchè non trascurò - anzi favorì in certi casi - il governo vescovile nelle città, che ne uscì più raftorzato. È proprio dalla metà del sec. X che incomincia nelle città quel movimento, che fa presa- gire un’alba molto più serena del giorno che precedette. La prova. di questa asserzione è data non solo da una quantità di testi- monianze che potremo vedere nel corso del nostro studio; ma dal motivo che molti degli antichi storiografi fecero di Ottone I, quasi il « conditor » della libertà comunale. Dal vecchio Sigonio prese le mosse questa errata concezione della origine ottoniana dei comuni italiani: ma se tale attestazione non corrisponde alla realtà storica (2); pure è indice di una tendenza che proprio ai tempi di Ottone si andava affermando, forse anche contro la vo- lontà stessa del Sire germanico. Un erudito nordico che visse parte della sua vita in Italia e a Milano, Enrico van der Putte,..

é

(1) Borerivs in M. G. H. Legum IV 567-580.

(2) VEsMmE e Fossati, nel loro studio sulle vicende della Proprietà — in Italia (Torino 1836) uno dei primi studi storico giuridici degni di questo nome, dicono che l’avvenimento di Ottone all'impero segna sotto. vari aspetti un’epoca di somma importanza nelle cose d’Italia. Da quel. tempo incominciano a grandi passi a sorgere in potenza e indipendenza. i comuni (p. 269); e più avanti come dimostrazione citano un elenco- ragguardevole di città ai cui vescovi gli Ottoni concessero immunità e franchigie. i

SigonIO, (opera cmnia edita et inedita T. II Milano 1732) p. 441. « Erat Italia hoc tempore in has regiones divisa... reghi vero civitates «€ pleraque lîiberas tributarias omnes reliquit; non quarumdam etiam. < perpetuos marchiones aut comites, superiorè sibi reservato iure, con- « stituit. Libertates autem civitatum in eo fere posuit ut leges, con- « enetudines, iurisdictionem, magistratus, vectigalia sui ferme iuris. < atque arbitrii baberent; ita tamen ut sacramentum Regibus dicerent. € Quo circa alios sibi praefectos Rex alios Civitates ipsae constituerunt... € quos quidem rex ad iura reddenda et populos in fide continendos in «€ provinciis collocavit, ii Missi, sive nuncii, sive legati imperatoris <« vocati. Quos vero populi ad regendam civitatem et iura moderanda < posthac crearunt ii consules duo ant plures fuerunt... ».

42 ALESSANDRO VISCONTI

detto latinamente Ericius Puteanus in un libro di storia scritto a Milano e intitolato Historiae Insubriae sive barbaricae ab origine gentis ad Othonem Magnum Imperatorem, — libro destinato alla” propaganda dell’idea imperiale romano-germanica sui primi anni del sec. XVII, mentre la politica d’espansionismo imperialistico francese tentava di penetrare in Italia — il Puteano non esita a scrivere: « Fuit vero Italis molle imprimis iugum Othonis « quemadmodum Caroli fuerat. Nam pleraeque urbes liberae « erant, si leve aliquod tributum excipias. Permisit illis suo ar-- « bitrio et leges et consuetudines et iurisdictionem et magistratus « et vectigalia habere: fidei dumtaxat exegit sacramentum ». E dopo aver continuato su questo tono spiegando il triplice tri- buto richiesto dall’Imperatore sotto la forma del « fodro », « pa- « rata » e « mansionatico », aggiunge che l’Imperatore per ac- contentare i privati che lo servivano fedelmente, creò Conti, Marchesi, Capitani, Valvassori e Valvassini e li donò di « vecti- « galibus, teloneis, ripaticis, pedaticis, monetis, piscariis, saleriis, « molendinis » per usar parole di quel tempo. E conclude con certe memorabili parole, che sembrano strane, almeno nel sec. XVII: « Consopivit ignea italorum ingenia pecuniae et dignitatis lotus. « Nemo fuit, qui non libenter libertatis oblivisceretur, cum tam « clemens dextra blandum honoris lucrique filtrum porrigebat ». La finale poi è tutta una tirata a pro della Germania, che rese felice l’Italia, e dell’impero. Ma quest’ultima ‘parte non ci ri- guarda, in quanto riflette le condizioni politiche del sec. XVII. Ho esposto con maggior larghezza il pensiero di questo erudito, assai meno conosciuto di altri, per dimostrare come i vecchi sto- riografi, vedendo nel loro insieme i problemi della storia e della politica hanno spinto lo sguardo assai lontano; e non ne smar- rivano i contorni come facciamo noi che, lavorando il nostro «campicello con gli occhiali affumicati, perdiamo di vista il quadro generale. Gli antichi storici, hanno saputo intuire nella politica di Ottone I, tutti i vari elementi in gioco. E se egli tece in s0- stanza della vera reazione aristocratica e feudale, pure non fece tacere — o meglio non potè — la voce popolare che 8i faceva udire nelle città e cercò di calmarla con qualche concessione ai vescovi: così che parve ad alcuni che a lui dovesse metter capo la prima costituzione dei comuni.

Il governo di Ottone I è un governo di restaurazione in tutti i sensi: lo Stato antico riesce a.l avere per qualche tempo la sua

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 43

forza. È un fatto notato anche dal Sigonio (1) che parla di rin- novazione. Le invasioni Saracene e Ungare contenute dalla ri- forma militare: internamente la riforinma delle marche, organismo più saldo del vecchio comitato che non fu abolito, ma rafforzato con elementi fidati al nuovo regime, mettono in freno l’ardire dei grandi vassalli d’Italia : le forze vive della nazione, — espo- nenti i Vescovi e le città — lungi dall’essere depresse, sono dallo stesso imperatore elevate: la legislazione stessa lascia il carattere personale della legislazione barbarica per dettar norme a tutti anche ai romani (2). La coltura riceve impulso non me- diocre da tale rinnovamento : e tutto questo movimento intel- lettuale ha un esponente magnifico: Liutprando da Cremona cu- rioso tipo di prelato, diplomatico, libellista; ricco d’ingegno e di eoltura, per quei tempi, rara: che parla e scrive greco, bat- tagliero e attacca brighe, vero esponente di quel secolo eroico e corrotto, tragico e burlesco che è il secolo X (3).

Le figure di Carlo Magno e di Ottone si ravvicinano, di- ventano come i punti di riferimento di una età, che molte volte noi interpretiamo troppo frammentariamente e non comprendiamo. Ben felicemente invece intese questo momento storico il Pivano quando scrive: « Dovunque è una società nuova che si forma, che vuole quindi essere considerata non detrito della società carolingia anteriore, ma processo creativo di nuovi ordinamenti che attendono di essere disciplinati » (4).

Vedremo ancor meglio dall’esame dell’ambiente da cui ram- pollo il famoso capitolare di Ottone I come questo periodo conchiuda un’epoca di rivoluzioni in cui si affermavano forze

(1) Ex quibus omnibus intelligi potest, universam ab hoc tempore Italinm renovatam atque aliam prope in omni institutorum genere esse factum. — SIGONIO, op. cit. c. 448.

(2) DiimmLER, Otto der Grosse p. 426.

(3) Sulla conoscenza del greco fra i presuli lombardi nel sec. X efr. FeRRAI, ZI de Situ urbis mediolanensis Bollettino dell’Istituto Sto- rico Ital. 1892 n. 1t p. 121. Attone di Vercelli sapeva il greco; e anche Gunzone da Novara e ‘Raterio da Verona. La società ecclesiastica lom- barda ha avuto più famigliarità con la lingua greca nel X che nell'XI secolo. Per Gunzo da Novara cfr. DiimMLER, op. cit. 203 — MANACORDA Storia della Scuola in Italia Vol. II p. 158-59 peraltro mette in dubbio che Gunzone sapesse il greco; e in genere non crede che tal lingua fosse molto famigliare ai dotti di quel tempo.

(4) Pivano, Sfato e chiesa etc., p. 150.

44 ALESSANDRO VISCONTI

incomposte, feudali, ecclesiastiche e anche popolari nella miste- riosa cerchia murata della città, crogiuolo di idee e di azioni; la conclusione è tutta a favore dei più forti, dei vincitori cioè delle forze feudali che si affermavano trionfalmente. In quest’e- poca, i germi del feudalesimo gettati da Carlo Magno maturano e trionfano. La classe dominante vuole il ritorno dell’autorità, delle gerarchie e dell’ordine e trova in Ottone l’uomo adatto al- l’opera di ricostruzione. Ma la reazione aristocratica si spunterà più tardi contro le mura della città.

Tale è l’impressione che noi, lontani, riceviamo dal quadro generale d’insieme ; sebbene molte ombre si proiettino negli an- goli riposti della storia. La politica ha sempre due facce: non mancano rivolte di popolo (molte volte fomentate dai pontefici) a cui davan fastidio le riforme ottoniane troppo reazionarie e conservatrici. Non potevano infatti gli avversari del regime pre- vedere che la riforma ottoniana lavorava in definitiva per il trionto della loro causa. All’opposizione non mancava certo la propaganda. Ma a noi non restano che gli scritti di Attone da Vercelli che peraltro è di poco anteriore a Ottone; e quelli del Monaco Benedetto di S. Andrea (1).

Così si prospetta alla nostra sensibilità storica il periodo di Ottone I, cioè a dire la seconda metà del X Secolo.

[d

PARTE I°

CapiroLo I°. — Ambiente politico, economico e sociale alla metà del X secolo.

La politica dei re d’Italia — politica di dedizioni e di de- bolezze -— aveva portato il paese è un estremo di desolazione e di rovina. Tra ì pericoli esterni uno dei più terribili era il peri- colo saraceno e ungaro. Costoro erano più baldanzosi che mai non tanto per la fiducia nelle loro forze, quanto per la certezza che da parte dei re d’Italia non vi sarebbero state troppe mo- lestie. Essi infatti, per le’loro passioni politiche, ustivano di Un- gari e Saracini come pedine nelle loro mosse, senza pensare ai disastri che apportavano alle popolazioni di confine. Quando Ugo fu avvertito della fuga di Berengario in Germania, entrò in trat-

(1) cfr. Pivaxno, op. cit., p. 168-169.

» N ni ea Saia

LA LEGISLAZIONE DI UTTONE I 45

tative coi Saracini ottenendo che costoro, dalle piazze da essi possedute a guardia dei passi alpini, impedissero il ritorno di Berengario. Naturalmente i pellegrini che passavano le Alpi per recarsi « ad Limina Apostolorum » ne andavano di mezzo. Altre trattative’ Ugo imbastiva con gli Ungari e più tardi lo stesso Berengario doveva spingerli fino a Pavia (924) (1). Nessun in- teresse per le popolazioni soggette preoccupava quei re bar- bari, nè vorremmo ripetere quanto ormai si sa sullo spopolamento delle campagne italiane specialmente nelle zone di confine.

Basti, per un esempio, citare quei versi di Salomone di Co- stanza che — per quanto poeta — è pur sempre degno di fede; rispecchiando nei suoi versi uno stato di fatto da lui personal- mente constatato nel 904:

Instant Italidae spoliatae civibus urbes

ac desolati, demptis cultoribus, agri.

Campi caesorun siccatis ossibus albent.

Iam puto tot vivi non sunt quot Marte perempti (2).

Come contrasta questa pittura con quella, di poco posteriore, del Panegirista di Berengario! È pure nota la lettera di Gio- vanni XIII° all’Arcivescovo Valperto dove si dice che l’Epi- scopato di Alba era talmente spopolato, che il vescovo Fulcardo non aveva più nè clero, nè plebs ed era costretto a procurarsi il vitto lavorando la terra come un contadino. Fu in conseguenza di questa situazione che il vescovado d’Alba fu concentrato in quello di Asti. E tale deliberazione tu ratificata anche da Ot- tone I° nel 969 (3) a dì 18 Luglio in Pavia alla presenza della Imperatrice Adelaide. Le parole del documento, nella loro sec- chezza, raggiungouo una eloquenza tragica: « Ab infidelibus « loca depopulentur....- Postquam vero peccatis promerentibus « pleba deficit, supervacaneum nobis videtur ut ibi constituatur « episcopus ubi, cuius speculetur, deficit populus... Hac itaque « fultug auctoritate Valpertus vir venerabilis sanctae mediola- « nensis ecclesiae archiepiscopus, cum omni sancta sinodo de-

_..—.—=—

(1) Romano, Le dominasioni barbariche in Italia — nella storia po-

litica d'Italia scritta da una Società di Professori (Vallardi, Milano) Pa 670, 671.

(2) PascINI, op. cit., p. 68. % CiroLLa, Di Rosone vescovo d'Asti e di alcuni documenti inediti

riguardano. Memorie dell’accademia di Torino, Serie II T. XLII (1892) p. 17.

46 ALESSANDRO VISCONTI

« crevit et ratum iudicavit ut albiensem episcopatum a Saracenis « Fraxanetum inabitantibus depopulatum astensis episcopatus « quì ei vicinior et loco baptismatis plebis possideret post... « 8cilicet Fulcardi episcopi obitum etc... » (1), Grandi rimaneg- giamenti territoriali saranno poi anche nel programma della restaurazione di Ottone.

Il fatto economico e politico più saliente e vivo è dunque per l’Italia occidentale la distruzione di terre e di uomini per opera dei Saraceni (2). In un documento del 955 (dicembre 28) dove si donano alcune proprietà al vescovo Halberto di Coira, si dice: «quia loca ad eandem ecclesiam pertinentia ab Italia « redeundo invasione Sarazenorum destructa, ipsi experimento « didicimus ipsiusque ecclesiae paupertati compaciendo votumque « in ipsa peractum solvendo... » Per l’Italia orientale c’erano le scorrerie degli Ungari e degli Slavi (3).

Quale fosse la difesa che lo Stato dava alle vittime di questi flagelli è facile arguire dai documenti del tempo: nessuna. Le masse rurali e urbane non contano per la suprema autorità che, con gli istituti feudali, aveva attuato una specie di decentramento amministrativo, che assomigliava ad une esautorazione vera e propria del potere centrale. Ma la restaurazione ottoniane prov- vede anche alla difesa degli abitanti dell’Italia superiore con la ricostituzione delle Marche le quali già erano state costituite in precedenza da Berengario II°. L’ufficio della marca, come osserva il Desimoni, essendo di custodire i confini del Regno con forze sufficienti e con l’aggregazione di più comitati, era naturale che fino dai più antichi tempi fosse a levante del Regno Italico un marchesato del Friuli contro Avari e Slavi, fosse altro marchese a Spoleto contro i resti ancora potenti dei longobardi «della bassa

(1) Doc. allegato alla monografia citata del CipoLta.

(2) DiimMLER, Utto der grosse p. 202: CipoLLa, Di Audace vescovo d’Asti e di alcuni documenti inediti che lo riguardano. Miscellanea di Storia Ital. edita per cura della R. Deputaz. di Storia Patria. Torino 1889 Tomo 27, p. 135. — PascHINI, Le vicende politiche e religiose del Friuli. Nuovo Arch. Veneto 1911 n. 81 (41 della N. Serie) p. 67. Cita un doc. del 904 di Berengario al patriarca aquileiense Federico dove trovasi la prova degli orrori commessi da gli Ungari nei nostri paesi. Infatti Ber. dice di voler sovvenire « metropoli et praecipuis aecclesiis quae per- « fidorum paganorum vastationibus depopulatae videntur >».

(3) Sugli Ungheri in Italia etr. Bisoni, Gli Ungheri in Italia, Scuola Cattolica a. 1899 - 900 - 901

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE 1 47

Italia, un terzo marchese in Toscana con l’incarico di. tutelare la Corsica e il Mediterraneo contro i Saraceni. Finchè duravano i carolingi non vi era motivo di difendere con marche la regione occidentale d’Italia. Soltanto dopo che andò sfasciato l’Impero carolingio e sorsero tanti regni quante erano le nazioni, Italia, Provenza, Borgogna, Germania, soltanto allora nacque la neces- sità di difendere l’Italia da Nord e da Ovest (1).

La marca aleramica fu costituita appunto da Ottone 1° esten- dendosi ininterrottamente per tre comitati, Monferrato, Acqui e Savona, e aveva lo scopo di tutelare la zona di confine del mare ligastico dai Saracini (2). La marca di Verona subì essa pure una trasformazione per opera di Ottone, che la staccò dal nesso del Regnum Italiae e la aggregò al territorio dell’Impero, per una ragione Sia strategica che politica. E tale decisione fu presa fin dal 952 alla Dieta d’Augusta, mentre re d’Italia era ancora Berengario (3): ciò dimostra le vedute lungimiranti di Ottone che preparava la restaurazione imperiale.

In questo rimaneggiamento territoriale, il Friuli cessò di essere il centro principale della marca e fu ridotto a un semplice comitato: la circoscrizione della marca prese il nome della città più importante, Verona. Ma il vecchio nome di marca Aquile- iensis non fu subito dimenticato, come ben osserva il Paschini citando un passo del continuatore di Reginone, che dà alla marca nuova i due nomi: Veronensis et Aquileiensis. È vero che il re Berengario costituì in contrapposto una marca a Mantova come argine contro il prevalere delle tendenze germanistiche dominanti nel Veronese ed ebbe ‘probabilmente giudici sacri palatii, come a Pavia; che — come opîna il Besta — dovevano formare il substrato di una vera scuola di diritto (4). A parte la questione di una scuola giuridica, è evidente il fatto che attorno a una città

(1) Desimoni, Sulle marche d’Italia. Atti della Società Ligure di Storia Patria Vol. 28 Fasc. I 1896 p. 141 segg. Cfr. anche il lavoro pur sempre magistrale di HOFMEISTER, Markgrafen und Markgrafschaften im Italischen Kébnigreich in Mitteilnngen des Instituts fiir Osterr. Geschi- chtforschuog. VII Erginozungsband 1907 p. 215 sgg. e spec. 234 sgg., 258 e 8gg.

(2) DESIMONI op. cit., p. 29.

(3) Romano, Le dominazioni barbariche, cit. p. 677. FickEk, For- schungen etc. I p. 265; Bertoni Cazzago, Gli Ottoni e le origini del comune bresciano. Commentari dell'Ateneo di Brescia, 1889 p. 9.

(4) Besta, L’opera di Vaccella e la scuola giuridica di Mantova. Riv. Italiana per le scienze giuridiche Vol. 33-34 (1902) p. 190 -3.

48 ALESSANDRO VISCONTI

.«<apo di una marca si doveva organizzare anche una forma di vita intellettuale: così almeno possiamo interpretare l’opinione, discu- tibile, del Ficker che a Verona, dopo il distacco dall’Italia, sia . esistita una scuola giuridica. Le marche dell’Italia occidentale hanno invece un carattere spiccatamente militare e non possiamo parlare di centri di coltura della forza di Mantova o Verona. Pavia, col peso della sua tradizione, assorbiva gran Das del . sapere dell’Italia Nord-occidentale. |

L’aver scemato il Regnum Italiae delle Marche veronese e foroiuliense, fu un colpo portato alla sua unità territoriale: e forse fu il primo che dovette consentire nuovi sminuzzamenti - territoriali del nostro paese; ed avviarlo così a perdere ogni co- . scienza della sua unità. Nel sec. XI il disgregamento del regno - d’Italia longobarda, era già avviato e qualche spirito più acuto se ne era avveduto e lo rimpiangeva: ne è un esempio lo scrit- tarello, giunto a noi molto deformato, detto le Honorantiae civi- | tatis Papiae, che non aveva ancora perduto la coscienza di capi- tale del regno.

La duplice restaurazione ottoniana, amministrativa ed eccle- . siastica, corrispondente in un certo senso a una riorganizzazione . della campagna e della città e a una differenziazione che andrà sempre più accentuandosi fra contado e città, ridà allo stato feudale un nuovo tono. Il Pivano (1) ha descritto il momento . storico con grande verità; e osserva egli pure come il partito aristocratico degli ottimati fosse favorevole — meno qualche ec- . cezione — alla politica ottoniana: non così il pontefice e il popolo. Una forte corrente di dissenzienti esisteva in Italia : essa vedeva nella restaurazione, un arresto al progresso delle classi libere della città; una tendenza a travolgere i primi moti di li- bera vita che avevano cominciato ad avvertirsi a Roma con Al- berico e nell’Italia superiore e centrale con Berengario II° (2). Ma al tempo della terza spedizione ottoniana le cose andavano maggiormente ordinandosi e si può ormai dire che un consenso generale avessero ottenuto tutte le riforme dell’ imperatore. Non era un consenso profondo; ma era quanto bastava per 80- pire le più vive controversie, chiarire le idee e permettere, in

a

(1) Stato e Chiesa cit. p. 168 - 69.

(2) Pivano, op. cit. p. 169. Ma questa libertà non era matura; le idee non ancora chiare: c'erano in gioco potenti interessi; ma non erasi ancora formata la coscienza di un pubblico interesse. . Quando questa coscienza si sarà formata, avremo il comune,

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 49

una calma relativa, che ciascun partito consolidasse le sue yo- sizioni. Giacchè il moto profondo delle classi interiori non s’era certo calmato. Il fatto politico più notevole dell’anno 967 è la Sinodo di Ravenna. Grande importanza dà a questa assemblea il Pivano che le: assegna la stessa importanza che dere aver avuto quella di Lamberto nell’898. Ma purtroppo le deliberazioni della assemblea Ravennate non ci prevennero (1). A dir vero l’adunata di Ravenna era stata preceduta da una sinodo Romana nel gennaio dello stesso anno 967 in presenza del Papa, di Pietro Arciv. di Ravenna, di Raterio di Verona. E fu qui che per inci- tamento dei grandi del regno (quali?) tu trattata la questione degli spergiuri nelle liti per questioni di proprietà, che impor- tavano una grave incertezza nella proprietà stessa. La facilità con cui si asseverava mediante giuramento l’autenticità dei do- cumenti impugnati di falso aveva impressionato i grandi ceti proprietari. Ma per quel momento la questione, prospettata ap- pena, non fu risolta (2). C'era dunque qualche difficoltà, da parte anche dei potenti intervenuti, ad accettare la tesi del duello, che l’Imperatore avrà subito avanzato per risolver la questione. Ricordiamo come fin dal 962 Ottone avesse mandato a Roma Liutprando da Cremona e Landosard von Minden con militi che dovevano provar col duello la verità delle difese di Ottone sulla sincerità della sua politica papale. Ma il pontefice non ne volle sapere (3).

La questione, rimandata all'assemblea di Roma, forse per desiderio del papa, doveva essere ripresa a Ravenna nell’aprile: ma qui avvenne ciò che si verifica spesso anche ai nostri giorni: mancavano molti dei consiglieri « ob quorundam procerum absen- « tiam » Si dice nel prologo della legge: e si rinviò alla riu- nione d’autunno tenuta a Verona dove finalmente la questione andò in porto (4) come vedremo. Due conseguenze cava il Solmi

(1) Pivano, op. cit., p. 175.

(2) DiMMLER, op. cit., p. 413.

(3) Romano, Le dominazioni barbariche cit. p. 690: LiuTPRANDO, Uber de Rebus gestis Ottonis .M. Imp. c: 7 (M. G. H. III p. 341). His expletis Landoardum a Saxonia Mindenensem et Liutprandum ab Italia Cremonensem, episcopos, cum praefatis nuntiis Romam dirigit, domno papae se inculpabilem esse satisfacturos, Quorum etiam militibus hoc imperator iustus imposuit, ut si secus dominus 'Papa non crederet, duello verum esse approbarent.

(4) SoLmi, Le diete Imperiali di Roncaglia e la navigazione del Po presso Piacenza Archivio Storico delle Prov. Parmensi 1910 p. 103.

Arch. Stor. Lomb., Anno LII, Fase. I-II © 4

50 ALESSANDRO VISCONTI

da questo fatto e cioè: a) che sotto gli Ottoni il centro delle assemblee, che era Pavia, tende a spostarsi a Ravenna per por- tarsi al centro della nuova cultura italiana: d) che i successivi rinvii di una questione che tanto doveva star a cuore a Ot- tone I° (il duello giudiziale) attestano lo scarso concorso a queste assemblee e deduce che quelle degli ultimi Ottoni siano state anche meno numerose e solenni.

Non ritengo che il fatto dell'Assemblea tenuta a Raveuna voglia avere un significato favorevole allo sviluppo della coltura italica, con centro Ravenna. Questo concetto deriva da una curiosa ideologia intellettuale moderna che vede nell’alto medio evo l’esistenza quasi di un nazionalismo romano incontro a un ger- manesimo impersonante, per dir così, l’oppressione straniera. Vi è caduto il Gaudenzi quando volle vedere in Ravenna una grande scuola giuridica sorta fin dal nono secolo, oscurata per qualche tempo, e poi risorta con gli Ottoni (1). Probabilmente abbiamo un imbarbarimento del diritte pubblico nel periodo ottoniauo ; che dà motivo allo spostamento delle assemblee da Pavia verso altre città. Cioè a dire cerca di farsi strada il metodo amministrativo tranco-tedesco che non riconosce una capitale fissa dello Stato : ma la sede dello Stato è dove è il suo capo; essa si trasporta dietro a lui e dove egli si trova, per esigenze di guerra o di politics, ivi è la cancelleria regia, il centro della giurisdizione etc. (2). La fermata di Ottone a Ravenna, è probabilmente una tappa al ritorno da Roma (3). L’importanza di questa città nel M. E. non è puramente culturale: è politica, è strategica, è com- merciale. È il punto di partenza per l’Oriente è la chiave del- l’Adriatico. Si incomincia solo ora, dopo tanti studi, a capir qualche cosa dell’importanza di questa città nel medio evo, che morirà solo quando Venezia avrà, col suo splendore e con la sua forza, oscurato le città adriatiche riducendole a modesti porti di efficienza puramente locale. Ma al tempo di Ottone I°, dopo Roma, Ravenna — già sull’itinerario imperiale — si prestava alla ra- dunata dei magnati. Quanto al presunto scarso concorso dei

(1) GAUDENZI, Lo svolgimento parallelo del diritto longobardo e del diritto romano a Ravenna. Memorie dell’Accademia di Scienze dell’Isti- tuto di Bologna 1908 Vol. I ser. I p. 37 sgg.

(2) MayrER, Ital. Verfassungegesch II p. 176 e segg.

(3) A Ravenna intervenne anche il Papa. P. PASCHINI, Le vicende politiche e religiose del Friuli (Nuovo Arch. Venevo 1911 T. XXI p. 1. p. 85).

LA LEGISLAZIONE DI OTTUNE 1 bl

magnati stessi a quell’assemblea (1), non sappiamo proprio se il rinvio di Ravenna possa servir da prova allo scadimento di tali riunioni.

La riuscita di quella di Verona, nell’autunno dello stesso anno, dovrebbe far prova del contrario. Ottone I° — uomo dalla potente volontà — aveva infuso nei grandi d’Italia nuove energie volitive e non possiamo ammettere tale rilassatezza in piena re- staurazione. Ciò dinende dal procedere nostro a schemi precon- cetti e dal non vedere i problemi della storia nel loro insieme. Forse può darsi che sotto Ottone II° e IIl° le assemblee siano staite mero numerose e meno solenni (2) : ma Ottone I° sapeva troppo imporsì e l’energia — ben lo sappiamo — si può benis- simo trasmettere, attraverso le snodature della gerarchia, dal- l'altissimo al più umile per successive ondate come la forza elettrica. A noi sfuggono i motivi immediati per cui andò deserta. l'assemblea di Ravenna e per questo non siamo autorizzati a pensare dei motivi che sarebbero — per quanto ingegnosi — effettivamente arbitrari. E chi sa che, fra le ragioni dell’assenza di alcuni fra i magnati, non vi fosse la mancanza d’accordo fra gli stessi, sulla opportunità di ricorrere al duello nelle cause di proprietà è che ura questione di carattere giudiziario e proce-

(1) Parrebbe, da qualche documento, che il concorso non fosse troppo scarso giacchè nel placito ravennate del 17 Aprile 967 si dice: « resi- « dentibus cum eis (scil. Papa et Imperatore) Romanorum, Francorum, « Langobardorum, atque Saxonum et Alamannorum genus (M. G. H. « Diplomata Imperat. et regum I. p. 465)»: dove i romani sono messi tra i primi. Costoro erano evidentemente convenuti per la sinodo che sì doveva tener in quei giorni.

(2) L'assemblea veronese del 983 durante il regno di Ottone II deve però esser stata numerosa, se ne rimasero testimonianze fino a noi. « Pauca etiam — scrive il MuraTORI Ant. Ital. 1I. Diss. 22 p. 236 — quae Otto II Augustus decrevit in comitiis Veronensibus stabilita sunt Anno DCCCCLXXXIII omnibus Italiae proceribus convenientibus et consentientibus. » Dove, se vogliamo dare all’omnibus sia pur un signi- ficato iperbolico, si deve pur ammettere che i magnati convenuti erano assii numerosi. Si veda del resto il prologo al capitolare di Enrico I chè attesta quanto dovesse esser ancora vivace l’attività delle grandi caste feudali : «quam plurium nobis adstantium fidelium, archiepisco- porum Mediolanensis videlicet et Ravennensis episcoporura quoque Tram- butgensis Placentini, Cumani, Vercellensis, Parmensis, Aquensis, Lu- nensis, Volterrensis, marchionum quoque et comitum Italiensium, nobilium vero multornm vassallorum sapientium et iudicum.

52 ALESSANDRO VISCONTI

durale non nascondesse un dissenso politico? Ottone voleva la riforma ad ogni costo; ma voleva anche la maggioranza, se non l’unanimità; e a quei tempi di « oscura barbarie » il tiranno non era affatto di moda; e bisognava rispettar le forme della legge, anche se, come avviene in tutte le età, i consensi venivano strap- pati « lavorando » convenientemente gli esponenti, « i leaders » dei partiti e delle fazioni. Pochi mesi dopo a Verona i desideri dell’Imperatore e del suo partito erano avverati e la famosa legge approvata: v'era però giunto un soccorso di magnati germanici col figlio di Ottone I°.

Non possiamo certo discutere con sicurezza di dati su questo punto, giacchè mancano documenti e fonti storiche e politiche. I partiti viucitori si saranno affrettati » distruggere le voci di- scordi degli avversari e per questo ci rimangono intere le opere dell’imperialista Liutprando. Ma ci resta ancora — poca cosa è vero — qualche frammento del pensiero dissidente in uno scritto, anteriore peraltro al 967, di Attone da Vercelli. Il Libro de praes- suris ecclesiasticis ha parole assai vive contro il duello special- mente se applicato agli ecclesiastici ed alle loro contese civili (1).

Il vescovo Attone — che probabilmeute non è di Vercelli e vi fu anche chi mise in dubbio che fosse italiano (2) — nel 938 era probabilmente arcicancelliere dei re Ugo e Lotario. Era egli pure addentro alla politica; ma al contrario di Leone suo

tardo successore nella diocesi di Vercelli, non aveva alcuna sim-.

patia per il duello. Data la sua alta situazione politica, avrà reagito con la sua autorità contro le tendenze favorevoli dei magnati. L’ostilità sua a tal mezzo di prova potrebbe farci ri- tenere la sua origine longobarda, giacchè è noto che questa legi- slazione — che egli mostra di conoscere bene — era in massima contraria al duello. Sotto Berengario le cose mutarono : tanto che in quell’epoca pare sia stato scritto il libro De praessuris ecclesia- sticis. Fu allora cheiì laici esercitavano sugli ecclesiastici tante op-

(1) Attonis opera Edit. BuronTIUs, (Vercelli 1768 T. I) e anche in MIGNE, Patrologia Latina Vol. 184.

(2) TiRABOSCHI, Storia della letteratura Ital. Vol. III p. 224-26. Di. scute sulla origine italiana di Attone che sembra figlio di un Adelgasio Visconte, o, secondo altri, di un Margravio di Ivrea. Nel testamento professò di vivere a legge langobarda. Ma il testamento non pare auten- tico: sembra però — secondo Ìa recente critica — che il testamento sia bensì falso, ma costruito su documenti autentici. — cf. anche F. Savio, Gli antichi vescovi d’Italia, Vol. I, Piemonte (Torino 1899) pp. 452-454.

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 53

pressioni : e da questo libro appare il suo stavore verso il duello, che, nelle consuetudini violente di quel tempo oscuro di prepo- tenza e di illegalità, si doveva far strada: e probabilmente la voce di Attone non era una protesta isolata, ma l’espressione di un vivo contrasto fra due tendenze.

Attone sarà per noi una fonte di grande momento nello studio della vita del diritto nel X° secolo. Il vescovo di Vercelli fu preceduto dal carolingico Agobardo che in un libro adversus legem Gundobadi, si oppone fieramente al duello giudiziale. « Talia « certamina vehementer contraria sunt simplicitati et pietati « christianae et doctrinae evangelicae nimis adversa » (1). Ma Attone scriveva nel calore della polemica ed è una buona fonte per noi, se considerata naturalmente per quello che è; cioè una scrittura polemica.

« Haec tamen omnia et alia sanctarum scripturarum docu- menta, maligni parvipendentes, ad pugnam sacerdotes impin- gere quaerunt, nullam amplius reverentiam ipsis observantes, nisi quod non propriis manibus sed per submissas personas, illisg in tali discrimine iudicant dimicare et quibus probibitum est armatorum cuneis, vel etiam publicis spectaculis interesse, ad pugnam producere, heu! nostros compellimus Vicarios, ut vel istorum caede victi vel illorum quasi absoluti esse vi- deamur: nec purgari a crimine, nisi, perpetrato crimine, va- leamus. Quum enim praeceptum sit David non aedificare visi- bile templum, quia sanguinum vir belli sequentia esset; quomodo potuerint sacerdotes bellum aut pugnam inire, qui templum debent aedificare, idest, Ecclesiam Dei doceref...

« Nulla ergo pro innocentia saecularibus armis pugnare, aut « slios ad hoc pro nobis compellere convenit. Nam si tacientes « et consentientes pari poena constringentur, quanto magis ad « pugnam persuadentes, vel etiam alios pro se opponentes pu-

A A A A 2 A A A A RX A A

(1) Muratori, Antig. It. III Diss. XXXIX p. 633. De duellis ciusque origine ac usu. L'argomento principale è sempre quello della vittoria del più forte. « Frequenter non solum valentes viribus, sed etiam in- « firmi et senes lacessuntur ad certamen et pugnam etiam pro vilissimis « rebus. Quibus feralibus certaminibus contingunt bomicidia iniusta et « crudeles ac perversi eventus judiciorum non sine amissione fidei et <« caritatis et pietatis dum putant Deum illi adesse qui potuerit fratrem « superare in profundum miseriarum dejicere ».

Agobardo in adversus legem Gundobadi lamenta l’ eccesso del duello nel diritto burgundo — cfr. Esmein, Manuel élément. d’Hist. du Droit Fr. Parigi 1921 p. 100.

54. ALESSANDRO VISCONTI .

« gnae implicamur periculo ? Insensati et perfidi, certe si nobis « armis certare competerent, liberius pro fratribus bellare, quam « pro nobis aliis obiicere crederemus; nam ait Dominus in Evan- « gelio (Ioh. c. 10. V. II) etc.....

« Si illi mercenari dicuntur qui tantum relinquunt ove3 et « fugiunt, quali censentur vocabulo qui eas morti obiiciunt ? Aut « quomodo contra eos armis dimicare possumus, quos omnino « diligere et pro quibus etiam orare ab ipso domino iubemur!? « Ait enim Dotninus in Evangelio: diligete inimicos vestros ».

Quali dovessero essere le condizioni della Chiesa in quei tempi c’è da meravigliare a pensarvi: da un lato un altissimo clero potente per ricchezze, imparentato coi magnati, che nulla riteneva di evangelico, discretamente rozzo, guerriero e poli- ticante: dall’altro alcuni vescovi colti e profondi, versati nelle sacre scritture che reagiscono alla corrente mondana dissolvitrice. Essi generalmente appartengono pure a grandi famiglie; ma verlono lontano : vedono inevitabile il conflitto che si svolgerà assai più tardi tra il clero simoniaco e concubinario (muliero8sus) e il clero che seguiva le norme della chiesa romana (1) tra cui non mancavano rappresentanti numerosi del basso clero, spre- giato che raccoglieva nelle sue file i figli dei più minuti strati sociali, tra i servi perfino; ottimo elemento per « organizzare » le plebi in barba alla legislazione implacabile contro le associa- zioni, per preparar le rivoluzioni che insanguineranno le vie delle

(1) Lo stesso Raterio nella epistola ad Ambrosium Ottunis cancel- larium (Ambrogio fu cancelliere di Ottone I per la Cancelleria Italiana dal 966 Dic. 2 al 970 Maggio 25. cfr. BressLau, Urkundenlehre p. 441) cita la sinodo Ravennate dell’Aprile 967 dove si tratta anche della mu- lierositas di certo clero. Faterii opera [ediz. MiGNE Patrol. Latina vol. 136 p. 679]. Accenni a una riforma religiosa trova anche il FALCE: cfr. il suv profondo studio Il Marchese Ugo di Toscana Firenze 1921 pp. 3 e segg.

Norme disciplinari pel clero detta ATTONE da Vercelli (Migne, Pa- trologia Latina Vol. 134 p. 37 seg.): ec. XLIII «Clerici per plateas vel < andronas aut nundinas non ambulent et ad forum vel tabernas non « accendat absque certa corporis vel officii sui necessitate, vel si fuerint « peregrinatione compulsi, nec ibi comedere aut bibere praesumant... » e c. L.... «quicumque in clero esse voluerit, emendi vilius vel ven- « dendi charius studio non utatur ». Spunto quest’ultimo assai interes- sante che dimostra che razza di strozzini potevan diventare certi sa- erdoti senza vocazione !

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 3)

città risorte a nuova vita e che imporporeranno nelle rosse croci i vessilli della libertà cittadina (1).

Che i « maligni parvipendentes », i quali ardiscono spingere anche i sacerdoti a combattere in duello, siano da ricercare anche fra l’alto clero concubinario legato agli interessi magna- tizi? Le condizioni sociali ed economiche del secolo X° sono poco note per mancanza di documenti e bisogna tesoreggiare tutte le notizie che qua e là, attraverso scrittori cone Liutprando, Attone, Raterio, possiamo raccogliere (2).

Un episodio assai significativo delle condizioni del clero possiamo trarre dal noto placito ravennate di Ottone I° (17 A- prile 967). Ivi si giudica Rainerio diacono che « cum sua forcia « introivit in ipso... episcopio... per vim et disviolavit meam se- « dem et apreendit meam personam (è il Vescovo Pietro che « parla) et misit me in vincula quod est in carcerem et tullit « tensaurum... etc. ». Rainerio non era un malfattore volgare. Era figlio del Conte Teudagrino e di Ingebrada « comitissa ». Questo episodio avrà avuto un motivo politico o una spinta do- vuta a iuteressi contrastanti fra altri magnati. Ad ogni modo è sufficiente a delineare l’epoca e gli uomini (3).

La questione del duello giudiziale deve essere stata una ben grave questione: ma delle tre assemblee tenute nel 967 non ci resta quasi più nulla; e degli scrittori, il solo Attone che pur morì prima del 967, parla con intenti polemici e limitati al clero. Si può, a un di presso, dire che sia stato voluto dai potenti per i loro interessi piuttosto che dai meno potenti? dalla nobiltà germanica piuttosto che dal clero? Non credo: anzi chi amava pescar nel torbido doveva preferire il vecchio sistema. È probabile che Ot- tone l° si sia imposto con una legge che avrà scontentato tutti, meno il partito imperialista ottoniano, il quale avrà accettato la legge e fatto in modo che dovesse venir approvata a Verona dopo due tentativi andati a vuoto a Roma e a Ravenna. Cer-

(1) Non bisogna in questo campo farsi delle idee preconcette. Fra il basso clero proveniente dalla plebe non istava tutta la virtù come non stavano tutti i vizi nell’alto clero: ma tutto si ripartiva, vizio e virtù, equamente fra le parti. Fra l’umile clero era molto comune il caso di trovar preti ammogliati. Per questo la riforma del secolo se- guente dovette trovar difficoltà ad attuarsi.

(2) Tamassia, Raterio e l'età sua. Studi in onore di Fr. Schupfer, Torino 1898, Vol. II p. 87.

(3) M. G. H. Diplomata Imp. et Regum I, p. 465.

36 ALESSANDRO VISCONTI

tamente la riforma aveva tutta la fiducia dell’Imperatore, sia per la sua naturale tendenza a portar anche nei rapporti giuri- dici quei principî etici assoluti, che piace in teoria affermare ai tedeschi; sia anche — forse — per un motivo politico; giacchè i re anteriori, che avevano signoreggiato l’Italia, erano contrari a questa forma di prove e ammettevano la prova « per inquisi- « tionem quamque per sacramentum adiurante advocatore » (1). Ma si può in via generale fare una simile precisa ed assoluta demarcazione? Abbiamo visto che fia dalla fine del IX Secolo, in un caso specialissimo, Guido Imperatore dà, in un diploma al vescovo Leodoino di Modena, il diritto di dirimere un genere particolare di questioni mediante il duello.

Ma si tratta di un caso che nou fa regola (2), pur tuttavia attestando l’esistenza ininterrotta di una consuetudine in questo . Senso.

D'altra parte non è vero che Ottone abbia esclusivamente applicato la norma del duello: forse dopo il 967; cioè dopo la sanzione legislativa del principio; ma prima si comportava

+

(1) SCHIAPARELLI, Diplomi di Berengario I. Doc. 181 a. 920 ottobre, a favore della Chiesa di Parma e del vescovo Aicardo. — Doc, 135, a. 921 febbr. 20 Mantova. Immunità e riconferma di possessi ai Cano- nici di Parma: « per hoc nostrum preceptum aut per inquisitam aut « per sacramenta eas defendere concederemua, ne a calumbiosis et pravis « personis dampna paclantur »,

Berengario fa grande uso di questo 1 mezzo di prova. Egli si trova dinanzi a devastazioni e incendi, per cui la ricostruzione dei diritti di proprietà, e specialmente di quelle ecclesiastiche, diventa assai dif- ticile. < Et quoniam quaedam ipsius ecclesiae (Parmensis) munimina flamma consumptrice perierunt, statuimus ut de rebus suis tamquam pars nostra publica per vicinos inquaestum habeat ». Conferma alla Chiesa di Parma data a Pavia a. 920 sett. 26. (DREI, Le carte degli Archivi Parmensi dei secc. X, XI, Parma 1924, p. 75). Altra carta be- rengariana data nello stesso anno alla chiesa di Parma (DREI, op, cit. p. 77): « Statuimus et decrevimus ut ipsa ecclesia cum sua parrocchia omnes suas res quocumque ingenio adquisitas ubicumque sitas de quibus hactemus investita fuit, per hoc idem nostram pracceptum teneat, possideat ex defendat tam per inquisitionem quamque per sacramentum adiurante suo advocatore etc ». Altre analoghe concessioni fa Beren- gario nel 921 e nel 922 da Mantova ai canonici di Parma (DREI, op. cit. p. 80, 81, 93).

(2) Visconti A. Le condizioni del diritto ai tempi dei re d'Italia dopo la caduta dell’Impero carolingio. Memorie del R. Istituto Lom- hardo di Scienze e Lettere 1915 Vol, XXIII fasc. IX p. 151 (27 dell’estr.).

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE 1 57:

anche lui come le circostanze gli imponevano. Infatti due do-. cumenti dello stesso anno 962 ne danno la prova. Un diplo- ma cel 13 marzo 962 di concessione di funzioni comitali al vescovo di Parma dato a Lucca - diploma di una grande impor- tanza storica - conclude: « Et si accididerit de predictis rebus « et familiis sine pugna legaliter non posse definiri, per hanc « nostri praecepti paginam concedimus eidem episcopi vicedo- « mino ut sit noster missus et habeat potestatem deliberandi et « definiendi atque diudicandi tamquam nostri comes palatii » (1). Ma un altro documento dello stesso anno contenente conferme di privilegi e di beni al chiostro di Leno, dato a Pavia, dice: « et Si ex rebus illorum querela fuerit aliqua nostra aut iudicum « nostrorum, volumus per inquisitionem circa manentium diffi -- « niatur presentia » (2). Dove è ammessa « l’inquisitio » che tro- viamo poi esercitata anche in una questione fra Raterio vescovo di Verona e il clero che si lagnava di certi soprusi patiti per causa del vescovo stesso. In questa causa in cui il conte Nannone interroga gli urbani cioè i cittadini di Verona, il Ta- massia vede applicato con felice intuizione, il processo dell’in- quisitio (3). I testi inquisiti erano i circum manentes ei vicini. L’*affermazione degli inquisiti faceva piena prova sen- z'appello. Monasteri e chiese ebbero questo privilegio ; tanto che Lodovico II nell’856 dovette limitare le superfluas inqui- sitiones (4). Dunque anche questo mezzo di prova era infido, malsicuro e doveva preoccupare l'Imperatore che cercava di re- staurare anche i mali costumi giudiziari: in questo caso, trattan- dosi di una prova privilegiata ed eccezionale, non era conveniente nè opportuna una legge; bastava limitarne le concessioni e ciò dipendeva dalla volontà del sovrano, ma sopratutto dalle oppor- tunîità politiche le quali ora consentivano modi energici, ora con- cessioni e larghezze.

Nel ‘967 in marzo, cioè ancor prima della legge famosa, Ot- tone nel donare al Marchese Aleramo corti sul Tanaro, l'Orba e il Litus Maris dice: « Interea per huius nostrae donationis et « confirmationis auctoritatem iubemus et omnino statuimus ut. «nulla Italici regni persona prefatum Alledram suosque heredes «de omnibus quae supra leguntur vel inantea adquirere poterit

(1) Diplomi di Ottone I, in M. G. H. (Diplomata) doc. 239 p. 332.. (2) M. G. H. Dipl. cit. doc. 240 p 334.

(3) TAMASSIA, Raterio e l'età sua cit. p. 89 e segg.

(4) TAMASSIA, op. cit., p. 92.

55 ALESSANDRO VISCONTI

« disvestire presumat; quod si aliquis contentionem his supra» « dictis omnibus cum eodem suisque heredibus habuerit, volens « illi abicere quod investitura inde preterito tempore habuerint, « liceat eidem Alledram suisque heredibus per nostram datam « licentiam et huius nostri precepti constitutionem aut per «sacramentum aut per pugnam declarare » (1).

L'atto fu steso il 23 Marzo a Ravenna; poco prima cioè del gran placito che, indetto solennemente, era poi andato, come si dice, deserto. Ottone concedeva in via di privilegio eccezionale, © per diplomi, ciò che più tardi avrebbe imposto per legge: ma lascia sussistere ancora il giuramento anzi, nella formula, il « per pugnam » sembra sostituire « per inquisitionem ». Dopo tutto, il problema del falso giuramento era gravissimo : non nuovo d’altronde; anzi noi già vedemmo da quanto tempo tale questione era, per dir così, d’attualità (2). Ma, come dice Raterio, gli uomini temono di più di perdere il denaro che l’anima; più temono la pena temporale che la dannazione perpetua e per questo la lex munduna era temuta, mentre quella ecclesiastica era tenuta in nessun conto. « Cur vero, scrive testualmente l’av- venturoso presule veronese, lex ecclesiastica tam nullipendatur «lex mundana tam timeatur, levis responsio est: quia videlicet « magis timent homines amittere pecuuiam quam perdere animam, « plus verentur poenam temporalem quam perpetuam damna- « tiouem » (3).

E nei praeloquia lo stesso Raterio non trova peggior male dell’abuso del giuramento giacchè « vir... multum iuraus reple- « bitur iniquitate... et si frustraverit delictum eius super eum « erit » (4). Insomma nelle opere ecclesiastiche il giuramento «i cui sì abusava in quei tempi pur di salvar la roba propria o acquistar « malo ordine » l’altrui, è discusso, è mal visto come prova giudiziale. A Ottone queste cose erano ben note: se u’era discusso probabilmente nelle assemblee preparatorie, ne avrà avuto conoscenza attraverso scritti d'occasione sia pro, che contro; di cui a noi giunse solo una pallida eco in Attone, in Raterio e qualche altro in misura scarsa, ma sufficiente 4 dimostrare le

(1) M. G. H. Dipl. Imp. et Reg. 1. doc. 839, p. 462.

(2) ViscoNnTI, Le condizioni del diritto al tempo dei Re d’Italia et. cit. p. 136 (12 dell'estr.).

(3) RATERII vpera De contemptu Canonum pars. II, in Mione Patro- logia Latina vol. 136 p. 516.

(4) Praelog. I c. IX p. 164 del Miaxe.

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 59

varie tendenze dell’opinione pubblica e anche il movimento de- ciso di quella parte di opinione pubblica a lui favorevole, se pur tale espressione non suoni troppo enfatica, data l’indifferenza delle classi popolari immerse nelle tenebre più profonde della ignoranza. E qui mettiamo insieme i due nomi di Attone e Ra- terio per quanto dovessero, politicamente, andar divisi. Attone era Berengariano (1) mentre Raterio favorì la politica di Ottone e ne ebbe in cambio notevoli privilegi tra cui quello del 967 che gli fece conseguire il mundeburdio imperiale ossia il diritto di essere giudicato direttamente dal tribunale imperiale (2). E così si comprendono gli elogi che a Ottone I° fa Raterio nel- l’Itinerarium: « Accedit ad cumulum commoditatis quod miseri- « cordia Conditoris imperatorem nobis concessit sequissimum, « piisimum, sapientissimum, dominum scilicet nostrum Caesarem « gloriosissimum, qui cum prae omnibus qui sub coelo sunt iam « dictis, ceterisque regalium praerogativarum insignis inaestima- « biliter polleat » (3).

I capitoli di Ottone sul duello furono come è noto, emanati per tutti gli italiani senza distinzione tra romani e germanici. Il Diimmler dice in più luoghi che il popolo italiano ne ritrasse dei benefici e che l’intenzione dell’imperatore è stata appunto di portare aiuto ai mali e alle disgrazie d’Italia (4). Questo dipende

dal modo di vedere le questioni politiche italiane. Riteniano in conclusione che i pareri dovessero essere di- versi : l’affare degli spergiuri più che mai grave e assillante: il diritto, non ancora risorto nella gran luce di Bologna, incerto uei mezzi tecnici; la disonestà e l’avidità delle ricchezze, enorme. L'Imperatore ha creduto di risolvere, dopo ben tre assemblee, la controversia emanando la legge. I grandi possidenti furono, dopo tutto, piuttosto soddisfatti di tale soluzione: i non possi- denti con ogni probabilità se ne saranno disinteressati: i piccoli e mediocri saranno stati probabilmente contrari a un mezzo di prova, che per essi doveva rappresentare una quasi impossibilità

(1) GTuLini, Memorie della città e campagna di Milano etc. Vol. L {edizione II) p. 560.

(2) Tamassia, Raterio e l'età sua (Studi in onore di ScHUPFER cit. p. 90). Il vescovo conosceva esattamente la portuta e la natura di questo diritto, tanto da darne una precisa definizione scier.tifica.

(3) RatEBIO, Ztinerarium (p. 582 ediz. MIGNE).

(4) DiMMLER, op. cit. p. 425-426.

60 ALESSANDRO VISCONTI

e una causa d’inferiorità a priori contro un potente astuto e ardito.

Il diritto in tutti i tempi non è che lo specchio dell’am- biente economico sociale. La situazione del sec. X al tempo della restaurazione ottoniana è nota nelle sue linee generali. Ma noi conosciamo solamente il flusso « l’aestus » delle classi domi- nanti e ricche; nulla sappiamo delle condizioni delle classi medie; ben poco delle inferiori. E così diciamo pour cause; giacchè le condizioni delle plebi di campagna e delle genti di condizione servile appaiono indirettamente dai documenti che 8s’occupano degli interessi dei grandi; mentre le classi medie molte volte soppresse, per comollità, dalla storia che si scrive, esistono nelle città specialmente; e per quanto siano quasi invisibili, perchè economicamente e politicamente poco consistenti, sono invece tenacissime e vitalissime. Sono quei « mediocres » di cui parla Raterio nei suoi praeloquia dove è, direi così, fotografata la so- cietà del suo tempo. Gli « homines mediocris fortunae » erano prevalentemente nella città e con loro non si contondevano nep- pure i medici, i causidici, i giudici, gli artefici, i negoziatori (1). Costoro formavano nella città una classe ragguardevole: ma i veri malcontenti, il vero substrato che uvrebbe poi dato il ma- teriale combustibile per le future rivoluzioni erano i mediocri, quelli che non avevano nulla da sperare dal vigente regime: mentre il ceto professionale con un po’ di abilità traeva gua- dagni e vantaggi dal regime in cui viveva, pronto poi a impa- dronirsi della rivoluzione, una volta ben avviata, e volgerla se- condo i propri interessi (2). L'elenco che troviamo nei praeloquia di Raterio deve naturalmente essere interpretato; giacchè vi tro- viamo confuse professioni e condizioni particolari di individui con quelle che sarebbero le classi sociali vere e proprie. Le classi sociali sarebbero composte dai nobili, dai ricchi, dai me-

(1) RatHERU, Praeloquia (Ediz. Miank vol. 136 p. 147 segg.) Lib. Io

(2) Praeloquiorum libri ser — Lib. I Tit. II De Militibus, III de Artificibus, IV de Medicis, V de Negotiatoribus, VI de Causidicis, VII de Judicibus, VIII de Testibus, IX de Ministris publicis, X de No- bilibua, XI de Mercenario et Cliente, XII de Consiliariis, XIII de Do- minis, XIV de Servis, XV de Magistris, XVI de Discipulis, XVII de Divitibus, XVIII de hominibus medioeris fortunae, XIX de Mendico. Su questo importante momento storico si veda la felice sintesi di A. SoLmi, Il Comune nella Storia del Diritto, Milano 1922 (Estr. dalla Enciclop. Giuridica Italiana).

: s SDA LEGISLAZIONE DI OTTUNE I 61

diocri e dai mendicanti. I padroni e i servi, di cui ai titoli XIII e XIV, non sarebbero vere classi, ma indicherebbero un grado di soggezione, giacchè fra i padroni vi possono essere nobili e no, medici, giudici ecc. I mediocri sarebbero appunto gli appar: tenenti alle oscure classi medie. Tra costoro poteva sorgere anche un medico, un causidico, un negoziante; ma allora ue usciva per entrare in un ambiente superiore abbandonando volentieri la oscura origine per imbrancarsi con giudici di razza aristocratica, coll’alto clero nobile. I negozianti entravano ageyolmente fra i « divites ». Raterio ha sott’occhio la vita più complessa della città. In campagna era un’altra vita (1).

Il testo delle Honorantiae civitatis Papie, che, per quanto del 1020 o 24, è un documento prezioso dell’età che noi stu- diamo descrive un momento di notevole attività economica. Vi troviamo « gentes quae veniunt de ultramonte » che de- vono pagare alle dogane dazi di importazione : troviamo che a Pavia vengono « multi divites negotiatores Venetorum » e anche « Salaterni, Gaytani et Malefatani cum magno negocio » e infine nella stessa Pavia abbiamo « ministri negociatorum, magni et « honorabiles et multum divites » (2).

Il documento si riporta ad avvenimenti ben noti all’ Autore del testo; quando cioè il palazzo regio, forse in conseguenza «lalla restaurazione ottoniana, era in.un periodo di grande fiore

(1) Ai signori feudali sj concedevano e si davano in feudo egli arimanni. « Cnm liberis hominibus qui vnlgo Herimanni vocantur » (Ot- tone I 967) ScHuPFER, La società milanese all’epoca del risorgimento del Comune Bol. 1870 (Estr. Arch. Giurid. 1869) p. 6. I conti e i dinasti non mancarono di gravare la mano su questi uomini, abusando di loro autorità per esigere da essi anche opere servili, come di nrare, vangare, seminare il campo eto.; e spesso li assoggettavano a responsioni in uatura d’ogni genere. Nè le ammonizioni e le minaccie degli imperatori bastavano contro l’ambizione e il mal talento di quest’aristocrazia; e noi scorgiamo gli arimanni ridotti a sì misera condizione, che non fa maraviglia se alcuni scrittori abbiano visto in loro una specie di servi {ScHUPFER, op. cit. p. 8.) — La situazione degli uomini liberi che an- davano livellandosi alla condizione degli strati più bassi della società è descritta da L. FORTIS, Istituzioni civili II, 271. — Sulla città si vegga ancora il citato lavoro dello SCHUPFER, La società milanese p. 11 e segg. che è pur sempre, nonostante l’età, un bellissimo studio e pieno di profonde osservazioni.

(2) SoLMI A., /l testo delle « Honvrantie civitatis Papie » in Archivio Storico Lombardo a. XLVII, 1920, fasc. III p. 188.

62 ALESSANDRO VISCONTI

mentre al tempo in cui l’Autore scriveva, il Palatium era già spogliato di tutti i suoi diritti, alienati e dispersi. durante la reggenza di Teofania per il minore Ottone III.

I « divites negociatores » nelle città dovevano godere grande stima; la quale li poneva al pari coi grandi dignitari, se non in condizioni migliori forse, per causa della maggior disponibilità di beni mobiliari e Gi denaro. Gli studiosi dei contratti agrari e della natura del contado (1) ci hanno dato un quadro economico giuridico della campagna, così chiaro ormai nelle sue linee, che fummo portati a dar maggior importanza alla organizzazione agricola; tanto da veder quasi, anche nella città murata e ro- mana, una curtis in grande. Si è ora convinti che la città man- tenne, sia pur con molte alterazioni, la susa fisionomia partico- lare di centro animatore e propulsore di ogni progresso sociale. In fondo in fondo, credo che gli avvenimenti politici dovessero scalfire la vita sociale poco profondamente. I magnati facevano e disfacevano; ma i ceti lavoratori e attivi continuavano nella loro attività, quando non l’avesse interrotta la fatalità della guerra combattuta proprio in quel territorio. Ma i teatri di guerra erano circoscritti; e noi sappiamo che gli itinerari di guerra e i campi di battaglia sono fatalmente designati: giacchè purtroppo le grandi crisi politiche si risolvono in ogni epoca presso a poco sui medesimi campi.

È vero dunque quanto Scrive nei suoi versi l’autore dei gesta Berengarii (quantunque politicamente tendenziosi in quanto vuol riferire il benessere d’Italia a Berengario)

« Rura colunt alii, sulcant gravia arva iuvenci, « Tondent prata greges, pendentque in rupe capellae, « Omnibus una quies et pax erat omnibus una (2)

L'attività economica si risveglia nelle città proprio nella se- conda metà del X secolo: e non certo per merito di questo o di quell’indirizzo di governo, ma per merito delle energie italiane. La restaurazione ottoniana fu costretta, nonostante la sua poli- tica reazionaria, a lasciar vivere questi centri non potendoli di- struggere. E lasciarli vivere voleva dire ammettere la possibilità di ulteriori grandiosi sviluppi. Ottone infatti cerca invano di

(1) Per i contratti agrari Pivano, / contratti agrari in Italia nel- l’alto medio evo Torino, 1904; Vaccari, La territorialità come base del- l'ordinamento giuridico del contado, Pavia 1921.

(1) DiiMMLER, Gesta Berengarii, Halle 1871 v. 68, 70.

LA LEGISLAZIONE DI UTTONE I G3

sradicare le consnetudini genovesi, che la debolezza del governo di Berengario II conferma (1). Ma Ottone aveva fede nella forza dello Stato, del suo Stato, e se dettava leggi sue non poteva veder di buon occhio le consuetudini, che per lui dovevano pre- sentarsi come malae consuetudines. Eanchenella ostile e ribelle Milano si formava, fra quei liberi, un diritto che non era più germanico; un diritto che nasceva fra gente sradicata ormai dai ceppi antichi gentilizi, che ignorava l’origine sua, che, come nelle città moderne, non sapeva della propria tamiglia più in là dell’avo e che ormai si sentiva schiettamente cittadina e si assi- milava volentieri col tondo latino con cui si identificava per comu- nanza d'interessi. È quel diritto che informa il liber consuetudinum scritto due secoli e mezzo dopo, ma elaborato lentamente durante questo periodo.

Ma nelle campagne e nelle città che Giuseppe Ferrari, con felice intuizione, chiamava germaniche per il prevalere dello spirito feudale, militare, imperiale, ed erano città di importanza strategica ; nelle città che a un di presso saranno poi le fedeli dell’Imperatore contro le guelfe della Lega Lombarda, le cose eran diverse. Noi troviamo un’abbondunza di prelati di alta ori- gine, di feudatari, di guerrieri di superbe razze, fieri di storiche geneologie. Costoro professavano alteramente nelle carte e negli atti pubblici la loro nazionalità e non mancano certo neppure le professioni di legge romana: ricchi romani, divenuti potenti anche nel mondo barbarico, ce n’erano.

Si sentiva, come è noto, il bisogno di raccogliere le leggi più in uso e la patria di queste raccolte può dar ragione a quanto diremmo sopra. Infatti il Liber Legum di Everardo conte del Friuli è di Cividale (2); e la raccolta, contenente anche la legge borgognona, è di Ivrea. Con questo non vorremmo escludere che nelle città romane non esistessero professioni di legge: sarebbe un voler chiudere gli occhi all’evidenza dei documenti. Ma il largo strato di liberi non professava leggi nelle sue contratta- zioni che erano rapide, a base commerciale: mentre il solenne documento di trasmissione di beni aviti, o di acquisto di beni

(2) ViscoNnTI, Le condizioni del Diritto cit. pp. 152-158 (28, 29 dell’estr.).

(3) Di lui scrive il PascHINI (in N. Arch. veneto cit. 1911 p. 40) che fu uno degli uomini più addottrinati e valenti, frutto di quella ri- nascita che, incominciata da Carlo Magno, continuò poi in Francia sino alla morte di Carlo il Calvo.

‘ (4 ALESSANDRU VISCONTI

nuovi, o di permuta di beni ecclesiastici recava la aristocratica professione di legge come attestazione di nobiltà del contraente o dei contraenti e dei testimoni. È per questo che le classi più oscure della società permisero il grande rifiorimento del diritto ‘ romano non solo nell’uso, ma per conseguenza, anche nella scienza. Il diritto romano più tecnico, spoglio ormai nella sua secolare evoluzione di tanti formalismi; si prestava mirabilmente al risveglio della nuova vita, molto più che i rustici, ma nobili diritti germanici che andavansi riducendo, come ben dice il Besta, ai rapporti di famiglia e alle sucessioni (1). Ed è precisamente da tali rapporti superstiti, che si distingue il carattere aristo- cratico di questi diritti; mentre per i mercanti plebei, gente spregevole che non aveva un signore, un Dominus, meglio s’ad- diceva pei loro contratti la logica ferrea e l’agile duttilità. del - diritto romano.

CaprroLo II° — Le tre leggi vigenti nell'Italia Superiore

Ma quella che potrebbe parere una confusione babelica delle : leggi, - e lo fu forse dopo la conquista carolingia se troviamo | perfino, a quanto pare, una professione di legge gotica (2) - non è tale nel secolo di cui noi parliamo. Nell’Italia superiore possiamo dire che tre leggi tenevano il campo: la romana, la longobarda e la salica (3). Possediamo, in prova di questa asserzione, l’Epi- stola ad Azonem Episcopum di Attone da Vercelli. Questo vescovo la cui cultura è ben nuota (4), presenta una conoscenza del diritto . vigente tutt’altro che scarsa.

(1) Storia del. Diritto Ital. a cura di P. DeL GiuDICE, Milano 1923 Vol. I Besra E., Le fonti p. 227.

(2) SCHUPFER, cita una professione di legge gota nel 769 (Riv. Ital. scienza Giur., Vol. II, 1886); e BEstTA, ne cita un’altra fatta da 5 abi- tatori di Goito nel 1045 e probabilmente dovevasi trattare di discen- denti da sudditi carolingi di nazionalità visigota immigrati nel Vicus. — (BESTA, Le fonti, p. 213 Vol. I nella Storia del Dir. Ital. di P. peL ‘+ @Iupice Milano 1923) — Sulle professioni nell'Italia Centrale. LEICAT, Ricerche di Diritto pirv. nei documenti preirneriani. Bullett. Senese di . Storia Patria 1913 p. 13.

(8) B&SsTA, op. cit. pp. 211, 213, 214. (4) Attone nel de praessuris eccles. (part. III pp. 242. 43 delia ediz.

LA LEGISLAZIONE DI UTTONE I 60

E, quel che più importa, essa si palesa veramente fatta sulle fonti La coltura del vescovo vercellese indurrebbe nell’opinione che Vercelli possa essere stata un centro cospicuo di coltura e avvalorare il dubbio, messo innanzi prudentemente dal Besta, che l’Erpositio potesse avere un’origine vercellese. L’argomen- tazione dell’insigne giurista storico è dedotta rigidamente da attestazioni tolte dalla stessa erpositio. Egli esclude che sia pa- vese; perchè nell'ex positio a Ottone I c. 7 si trova: « non « est hic, sed Novare; non est hic, sed Mediolani, non est hic, sed « Papie » e «Juret varentem suum esse Vercellis » esclude che sia sorta in queste quattro città (1). Ma che Vercelli nel sec. X° sia stata centro di coltura giuridica è difficile poter provare con la scarsità di testimonianze contemporanee. È più facile ritenere che Vercelli, compresa nella circoscrizione di Lotario che po- neva come centro di studi Pavia, risentisse dell’influenza cultu- rale pavese e della sua scuola. Attone poi, come vescovo, aveva la sua dottrina ed è più facile che la sua cultura personale influisse sull'ambiente vercellese che non Vercelli abbia avuto influenza sulla sua erudizione; tanto più che non è nativo di Vercelli. Le opere di questi scrittori ecclesiastici riboccano di citazioni giuridiche. Le leges mundanae non dovevano essere interamente disprezzate dagli uomini religiosi. Anzi At- tone stesso scriveva: « Valde ...turpe est, ut quod religionis «causa saeculares leges custodire contendunt, hoc sacerdotes « Dei infringere quaerant. Sed neque summi pontifices secu- «lares leges adeo respuendo contrivere... Beatissimus etiam « Gregorius multa romanae legis capitula confirmans, suo inse- «ruit registro » (2). Anche il libretto del Cardinale Umberto adrersus simoniacos è pieno di citazioni di leggi mondane (3).

È i ii

Burontius) ricorre all’autorità di Gregorio Magno per persuadere i ve- scovi della utilità della cultura. Vedi anche: ManNACORDA, Storia della Scuola II, 114.

(1) Besta E, L’Expositio ad librum pap. cit. p. 85.

(2) Attonis Vercell. uvpera (MIGNE, vol. 134) Epistola V? ad Azonem Episcopum pag. 106 e vedi nota prec.).

(5) M. G. H. Libelli de lite de imp. pot. Vol. I p. 24. Mfumberti car- dinalis adversus simoniacos. Liber III c. 34 Argumenta ex mundanis le- gibus contra promoventes vel promotos symoniacos: dove a proposito di furti, vendite di cose altrui, invasioni di terre, con la parola poena le- gum, allude alle ]. 4 e 5 del Cod. Iust. III, 41; 1. 11, 18 cod. VI, 2; cod, IX, 33,

Arch. Stor. Lomb., Anno LII, Fasc. I-II 5

66 ALESSANDRO VISCONTI

Ma la stessa Epistola al vescovo Azone, da cui togliemmo il passo sopra citato, è un piccolo trattato sopra una questione di diritto relativa all’invalidità di nozze tra il padrino o la ma- drina e il battezzato o la battezzata: e tra il figlio o la figlia, del padrino che tenne a battesimo il figlio, o la figlia, di un altro per la parentela spirituale che si era formata pel fatto del battesimo. Questa lettera, oltre ad essere assai interessante per la conoscenza delle fonti del diritto laico, e specialmente romane, non isfuggì all’occhio sagace del Tamassia che conosce alla perfe- zione gli scrittori medievali. Essa è infatti di grande mo- mento perchè il Vescovo a sostegno della sua tesi cita tre legislazioni laiche a suo tavore: la longobarda, la salica, la romana. Sono cioè le tre leggi vigenti nell’Italia superiore e specialmente nell’Italia occidentale, dove egli in quel tempo viveva: ma possiam dire senza tema di errare che i tre di- ritti, che citammo, erano dominanti in tutto il Regnum Italiae e corrispondevano, anche in ordine gerarchico, alle tre razze componenti la « classe dirigente » (1). Infatti noi sappiamo che tra i magnati ormai si annoverano numerose persone di grande po- tenza che professavano orgogliosamente «lege vivere roma- « norum ». 1

Ecco la parte dell’Epistola di Attone che ci interessa: « Quod autem vestra prudentia nostra hebetem dignata est par- « vitatem, quare quemdam nostrae ecclesiae filium a filiae su- « scipientis de sacro fontis probibemur nuptiis. Insuper si ali- «quod capitulum repertum haberemus, vobis dirigere mandastis. « Scitis, domini mei, quia in carnalibus nuptiis non tantum spi- « ritualis, sed etiam saecularis lex est inquirenda. Igitur Liut- « prandus catholicus Rex, huius in qua degimus patriae, tale cum « consensu illius temporis procerum, vel iudicum capitulum pro- « mulgavit: Hoc censuimus atque praecepimus, ut nullus prae- « sumat commatrem suam uxorem ducere, qui eum de fonte su- « scepit; quia spirituales germani esse noscuntur: et qui hoc

(1) Sul significato di Italia nel M. E. si vegga lo studio del Dr Grazia, L'uso del nome Italia nel M. E. Bollettino della Società geo grafica Italiana 1919, fasc. 5-6 (Vol. VIII ser. V) p. 327 segg. Nell’Evo carolingio Longobardia risuonava più noto che Italia, nome che tra noi era frequente più per tradizione di dotti che per uso popolare. Però Italia significava essenzialmente la settentrionale. - Ma nel sec. X continua l’uso di Italia, mentre Longobardia va man mano per- dendo terreno.

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 67

« malum facere tentaverit, perdat omnem substantiam suam. Et « filii qui de tali illicito matrimonio nascuntur, heredes esse non « debent, sed propinqui parentis. Ubi autem inventi fuerint qui « supra scripta illicita coniugia contraxerint, in praesenti sepa- « rentur, et poenae suprascriptae subiaceant ».

« Lex etiam quae Salica dicitur, hoc continet: Uxorem. pa- « tris sì quis aceeperit, mortis periculum incurrat et de praete- « ritis coniunctionibus, quae incestae esse videntur, per preca- « tionem episcoporum iussimus emendare. Qui vero episcopum «suum noluerit audire, et excommunicatus tuerit, perennem « condennationem apud Deum sustineat et de palatio nostro om- « nino sit extraneus et omnes res suas parentibus legittimis «amittat ».

« Romani quoque principes totius pene Monarchiae do- « minantes, quorum legem etiam nobis sacerdotibus in multis « convenit observare, talia instituta de coniugiis loquentes de- « dere. Sed quia per adoptionem soror tibi esse coeperit, quamdiu « constat adoptio, sane inter te et eam nuptiae nec matrimonium « nec dos intelligitur. Itaque qui ex tali coitu nascuntur, in pote- « state patris non sunt, quantum ad patriam potestatem pertinet, « quales sunt ii quos mater vulgo concepit. Sequitur ergo ut et « dissoluto coitu nec dotis exactionis locus sit, et alias poenas « patiantur, quae sacri constitutionibus continentur ».

« Nulla denique adoptio talis esse poterit, quam haec per «quam homines filii Dei efficiuntur. Haec est enim adoptio quae « emancipari non potest... ».

Dopo di aver citato in appoggio alla tesi numerosi testi sacri, continua: « Legitur etiam in Libro Codicum, quod est Romanae « legis, ita: Nihil aliud sic inducere potest paternam aftectionem «et iustam nuptiarum probibitionem, quam huiusmodi nexus, « per quem Deo animae eorum copulatae sunt. Item ex Novella. « Si qui nefarium atque damnatum matrimonium contraxerunt «et ex priori matrimonio liberos non habuerint, statim suis fa- « cultatibus careant et dos fisci iuribus vindicetur. Post publi- « cationem autem, et cinguli sui patiatur amissionem et in exilio « puniatur. Quod si vilior sit persona corporali quaestione sub- « sistat, et uxor eius contra leges nupta easdem poenas patiatur. « Haec post biennium valeant; nam biennii indulgentia illi prae- « Stita est, et qui iam contraxerunt contra leges matrimonia, ut « infra bienninm separentur. Quod si non fuerint separati sed « perseveraverint in toto biennio, poenis in primo capite dictis « subiiciantur. Valde enim turpe est ut quod religioni8 causa

68 ALESSANDRO VISCONTI

« setulares leges custodire contendunt. Hoc sacerdotes Dei in- « fringere quaerant. Sed neque summi pontifices seculares leges « adeo respuendo contrivere....... Beatissimus etiam Gregorius « multa romanae legis capitula confirmans, suo inseruit re- « gistro » (1). se

Di capitale importanza per chiarire i rapporti giuridici — già poco chiari in quei tempi, intendiamo durante il sec. X° — è questo passo. Esso ci dice che nell’Italia longobarda vigevano, o prevalevano, tre leggi. A che cosa allude Attone quando dice: Liutprandus Rex huius in qua degimus patriae? Vuol intendere tutto il Regnum Italiae o, più particolarista, vuol dar a patria un significato più « provinciale » inten- dendola limitata alla sua regione? Inclino verso questa ultima ipotesi : già nel Medio Evo « patria » in senso di patria communis era una astrazione a cui più non si giungeva: patria aveva un senso circoscritto e limitato alla terra dei padri (Patria del Friuli), Non mi par possibile che Attone avesse nella mente, tutto 1’ insieme del Regnum Italiae e tanto meno l’una o l’altra circoscrizione amministrativa precisa e netta come la « Tusciam, Camerinam et Spoletinam vel Foro- « iulii marcam » che troviamo — con significato preciso e definito — nella donazione di Ottone al Vescovo Guido data in Pavia il 6 Ottobre 962 (2) come parti della unità del Regnum Italiae. E Guglielmo, uno degli antichi magistri di diritto longobardo, in- segnava « Langobardiam esse unam provinciam, Tusciam aliam, « et alias huiusmodi » (3). Attone, ecclesiastico, pensava proba- bilmente al distretto metropolitico dell’arcivescovo milanese: ad ogni modo un territorio organico e compatto, che va assumendo una fisionomia propria e dal punto di vista della coltura (ricor- diamo il capitolare di Lotario sulle scuole che comprende nella circoscrizione scolastica di Pavia un territorio definito le cui

————<< —-— ———

(1) Crede il TiraboscHi, Storia della letter. Ital. III, 189 che Attone abbia consultato il celebre Gunzone studioso assai riputato nel sec. X e che godette la stima di Ottone I, in una questione di materia matri- moniale essendo Gunzone pelle questioni canoniche versato assai. Si vegga MaxACORDA Postille gunzoniane nella Miscellanea in onore di Rodolfo Renier, Torino 1912, p. 601. - Lo stesso, Storia della scuola in Italia, Vol. II p. 132.

(2) M. G. H. Diplomatum Iequm et Imper. Conradi et Heinrici ILL Dipl. 962 ottobre 6 Pavia; e SiconiIo, Mist. I, 272.

(3) Besta E., L'’erpositio cit. p. 86.

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 69

città a occidente come Novara, Tortona, [Vercelli e Asti furono perdute prima] saranno poi città lombarde e si manterranno tali fino agli smembramenti arbitrari operati da Carlo VI dopo la guerra di successione di Spagua) e dal punto di vista etnico. Ad ogni modo sia così, sia invece che si voglia prender per base la divisione dell’Expositor (ad Roth 3) dell’Italia cispadana in tre ripartizioni a Pado usque ad Ticinum, dal Ticino all’ Adda, dall’Adda al mare, è provato che questa regione pedemontana presentava caratteri propri; e questo appare evidente anche agli ‘occhi dei testimoni posteriori, se Odofredo scrive « citra Padum « servatur ius longobardorum » (1) per indicare una regione a caratteristiche speciali e separate da quelle di altre regioni. Le diverse vicende politiche dei secoli più tardi impressero alle tre regioni subalpine caratteristiche separate (2).

Bastava che Attone si guardasse attorno per trovare nella sua città e nelle località circonvicine, la prova dell’esistenza, pressochè incontrastata, delle tre legislazioni predominanti nel- l’Italia superiore (3) : Langobarda, Salica e Romana. Il vescovo Vercellese dà in questa epistola la prova di conoscere le fonti giuridiche mondane, non solo; ma, ciò che più importa, ne con- siglia al clero lo studio. |

Il capitolo di Liutprando, che Ottone cita, è il 34°. Esso fa

——_r_-_—_—&

(1) Tamassia, Odofredo, Bologna 1894, p. 134 n. 1

(2) Infatti le parlate romanze cispadane hanno un'unica origine e se vediamo i primi monumenti del dialetto milanese, esso ci dà l’im- pressione di una grande affinità col dialetto parlato dai veneti di terra ferma. Già nel X secolo la parlata volgare trionfa: si che Gunzone te- stimonia che unche per un italiano dottissimo, come era lui, era un po’ d’impaccio al parlar latino l’uso del volgare che gli correva alle labbra: notisi che a lui appunto, stando nel monastero di S. Gallo, sfuggì per un accusativo un ablativo (probabilmente un rivo per rivum); questo - secondo il Manacorda - significherebbe che, a quel tempo, già erasi ve- nuto costituendo, almeno nell’Italia settentrionale, la forma unica fles- sionale del nome.

(3) Nelle vicende della proprietà in Italia di Vesme e Fossati (To- rino 1836 p. 196) troviamo che le professioni di legge romana sono nu- merossime, Su 111 professioni ad Asti nella seconda metà del X secolo, 79 sono romane; a Novara ne troviamo 25 su 41. Il che fa dire al Sar- vioLi (Storia del Dir. Ital. p. 67 n. 8) che in quei tempi i Romani dove- vano avere una posizione economica prevalente, Però bisogna tener conto del clero, io credo.

-_-

-

10 ALESSANDRO VISCONTI

parte di tutta la riforma legislativa liutprandea fondata sulla influenza della Chiesa. Questo capitolo porta gli impedimenti matrimoniali all’estremo: ed ora il vescovo cattolico, per reagire contro la rilassatezza dei costumi, non esita ad invocare la legge mondana in appoggio alla norma canonica (1). In Francia i capi- tolari avevano adottato la regola del diritto canonico nel matri- monio e in particolare la proibizione del matrimonio tra prossimi parenti e affini e, in una certa misura l’indissolubilità del ma- trimonio, e invitavano i vescovi a sorvegliare l’applicazione di queste regole e ad ottenere la separazione dei matrimoni con- clusi in spregio a questi principi. Il potere civile non interveniva se non quando la giurisdizione ecclesiastica si fosse mostrata impossibilitata ad agire. Ma nel sec. X° la Chiesa aveva ottenuta la giurisdizione esclusiva sulle questioni matrimoniali (2).

Il concilio tridentino limitò poi questa cognatio spiritualis al padrino e alla madrina col battezzando o col cresimando o coi loro genitori.

E non citò il c. 8 di Astolfo e il 99° di Lotario, perchè ri- volti agli impedimenti in genere, mentre il 34° di Liutprando disciplina precisamente il caso che interessava il dotto vescovo.

I testi di diritto romano, che il vescovo vercellese cita, sono le l. 2 e 12 delle Istituzioni Lib. I tit. 10; 1. 26 codice V°, 4 e la novella 32 c. 1 dell’Epitome Juliani (3). Questo fatto però non esce dai luoghi comuni, per dir così, della coltura romanistica del sec. X°. Intanto non troviamo — come sempre — traccia d’uso del Digesto. Della compilazione giustinianea erano queste le tonti in uso specialmente nell’ambiente ecclesiastico. Diremo di più : i testi anzidetti, si ritrovano anche nella nota compila- zione detta Collectio Anselmo dedicata di cui un ms. venne rin-

venuto a Vercelli compiuto per ordine di Attone (4). Il presule

(1) Su questo capitolo 34 cfr. Kaiser, Das Erbrecht nach den Edi- kten der Langob. Kònige. Zeitschrift fiir R. Gesch. Vol. VIII (1869) p. 467 cfr. Corpus Juris canonici causa XXX, Quaest, IV Uxor com- patris uxoris non mihi nubat. E il PeRTILE, Storia del Dir. Ital. *?. Vol. 1II pp. 287-88; ScHuPrFER. // diritto privato di popoli germanici Vol. I Ediz. I 1907 p. 284.

(2) Esmein, Cours élémentaire d’ Histoire du Droit Francais, Paris 1921 p 162; cfr. anche Lo sTESsO, Le marîage en droit canunique I, 16 sgg.

(3) Vedi SaviGnY, Storia del Dir. Romano nel M. E. trad. Bollati. Vol III pp. 185-198 e Conkat, Gesch. der Quellen etc. p. 26 n. 6.

(4) Saviany op. cit. III p. 163 sgg. Besta Storia del Dir. Italiano di- retta da P. dol Giudice, Vol. I part, I /e fonti (Milano 1928) p. 282.

LA LEGISLAZIONE DI UTTONE I 71

vercellese aveva dunque alla mano i testi che cita. Col ri- chiamo alla Collectio Anselmo dedicata sì spiega l’espressione « quorum (scil. Romanorum) legem etiam nobis sacerdotibus in multis convenit observare ». È sempre interessante però il ri- corso alla universalità dell’Impero Romano: Romani quo- que principes totius pene Monarchiae domi- nantes. La coltura classica di Attone prevale sulla sua pro- babile origine barbarica e gli fa aprire la grandiosa visione della monarchia universale nel nome di Roma. Ma se Attone si vale, per la sua tesi, di testi romani, egli li volge a suo talento per so- stenerla: tanto che i frammenti 2 e 12 delle Istituzioni (I. 10) sono messi insieme forzatamente: infatti il fr. 2 dice bensì che il matrimonio del figlio dell’adottante con la figlia adottiva non puo esistere « si qua per adoptionem soror tibi esse coeperit »; ma il frammento soggiunge: «cum vero per emancipationem adoptio sit dissoluta, poteris eam uxorem ducere ». Ora questo passo distruggeva tutta l’argomentazione impostata su criteri più rigorosi del Vescovo. Sicchè il diritto romano nel discorso di Attone, vale più come citazione letteraria ed erudita che non come citazione tecnica. È noto come per il Dir. romano la ces- sazione del vincolo tra adottante e adottato faceva cessare tutti ì rapporti inerenti all’adozione e quindi anche la fraternità: giacchè come dice Gaio (lì. 17 Dig. XXII. 2), « Per adoptionem « quaesita fraternitas eonsque impedit nuptias donec manet «adoptio. Ideoque eam quam pater meus adoptavit et eman- « cipavit potero uxorem ducere: aeque et si, me emancipatus, « illam in potestate retinuerit, poterimus iungi matrimonio? » In un’altra fattispecie (istituzione d’erede di un postumo) Paolo sostiene lo stesso principio : « quia adoptione soluta, possum eam ducere uxorem » (L. 9 Dig. XXVIII, 2).

Da questo esempio appare che con ogni probabilità la scienza romanistica di Attone non oltrepassava quella contenuta: nella Collectio Anselmo dedicata che egli conosceva benissimo per averne ordinata la trascrizione ad uso del suo ufficio episcopale (1).

(1) PateTTA, Nuove osservazioni sui mss. della collezione Anselmo dedicata e del capitolare di Lamberto. Riv. Ital. per le scienze giuridi- che XI - 189 p. 375 segg.

I passi della Collectio, che ebbi dalla cortesia dell’Egr. Dott. C. G. Mor, il quale sta pazientemente trascrivendo il Cod. Vercellese, ripro- ducono testualmente, e con varianti di trascurabile importanza, tanto la I. 26 Cod. 5, 4 come il Tit. 10 del lib. I delle Istituzioni di Giustiniano.

72 ALESSANDRO VISCONTI

La citazione dell’Epitome Juliani è un abile raffazzonamento della nov. 22. c. 1. 2. Riproduciamo in nota (1) i due testi raf-

È perciò assai probabile che i canonisti si accoutentassero della lex mundana contenuta in queste e simili compilazioni medioevali, senza che si ricorresse all’esame dei testi originali del Codice e delle istitu- zioni, meno facili da aver sottomano nelle questioni che giornalmente

dovevano esser sottoposte alle 1019 indagini.

(1) ° —ATTONE

Si qui nefarium atque damna tum matrimonium contraxerunt et ex priori matrimonio liberos non habuerint, statim suis facultatibus careant et dos fisci juribus vindi- cetur. Post pubblicationem autem et cinguli sui patiatur amissionem et in exilio puniatur. Quod si vi- lior sit persona, corporali quae- stione subsistat, ex uxor eius, con - tra leges nupta, easdem poenas patiatur. Haec post biennum va- leant, nam biennii indulgentia illi praestita est, et qui jam contraxe- runt contra leges matrimonia, ut infra biennium separentur. Quod si non fuerint separati sed perseve- raverint in toto biennio poenis in primo capite dictis subiiciantur.

EPIT. JULIANI 22. 1. 2.

1. Si quis nefarium et incestum atque damnatum matrimonium con- traxerint, liberos autem ex legitimo priore matrimonio non habuerint, statim suis facultatibus careat, et dos quae ei data est, fisci viribus vindicetur. Post publicationem au- tem et cinguli sui patiatur amissio- nem et erilio puniatur. Quod si vi- lior sit et corporales coercitiones subsistat, ct uxor eius, contra leges nupta, casdem poenas patiatur, scì- licet si nulla iusta excusetur igno- rantia.

2. Sin autem liberi sint ei, qui incestas contraxerit nuptias, illi autem liberi legitimi sint, quod forte ex alio legitimo matrimonio procreati sunt, poena patris sui iuris fiant et paternas accipiant facultates, sic tamen, ut patri suo alimonias prebeant, et quae neces- saria sunt, administrent. Haec au- tem omnia valeant post bienniun quam haec constitutio fuerit inti- mata, nam intra biennium omnes quidem illicitas nuptias, si quae contractae sint, dissolvi constitutio iubet sine poena eorum, qui nu- ptias illicitas contraxerunt.

Liberis autem qui huiusmodima- trimonio nati sunt, tres partes bo- norum paternorum praestentur, quarta fisco, scilicet si non ingrati sint tales liberi, et alii liberi legi- timi non sint: nam si liberi legi-

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I 73

trontati da cui possiamo comprendere facilmente come il Ve- scovo di Vercelli non solo trascegliesse pel caso suo quanto gli serviva e lasciasse tutta la questione della condizione dei figli, ma anche si liberasse disinvoltamente, con una abilità da causi- dico, di quei passi che potessero dar fastidio alla sua tesi come quel scilicet si nulla iusta excusetur ignoran- tia, che gli avrebbe buttato all’aria tutto il suo ragionamento. Egli dice che chi ha fatto nozze illecite sia punito e così pure la donna: lo stesso dice l’Epitore; ma aggiunge: s’intende se non vi sia una ignoranza legalmente riconosciuta che giustifichi il delitto. Ora questo concetto è soppresso da Attone.

Il vescovo vercellese è pur sempre tuttavia una figura emi- nentissima nel mondo ecclesiastico del suo tempo giacchè, e con gli scritti e con l'esempio, tende a richiamare la Chiesa ai suoi ideali e a liberarla dalla ingerenza laica riaffermando la supremazia dell’autorità vescovile (1).

timi sunt, tunc quartam partem fiscus capiat, cetera autem bona inter se legitimi liberi et hi, qui ex inlicito matrimonio nati sunt, partiantur tam ex testamento quam ab intestato. Mulier autem, quae contra leges nupsit, suam dotem tantum accipiat, Sed haec omnia intra biennium wvaleant, nam post biennium superiora praecepta vale- bunt, quae in primo capite dicta sunt. Nam si post biennium in in- licitis nuptiis aliquis permanserit, poenis in primis capitis dicti su- biiciatur. Idemque dicimus, et si ante biennium novas inlicitas con- traxerit nuptias, nam biennii indul- gentia illis praestita est, qui jam contrarerunt contra leges matrimo- nia ut intra biennium separentur. Quod si non fuerint separati, sed perseveraverint in toto biennio, poe- nis primi capitis subiiciantur. (J) GALANTE, Manuale del Diritto Ecclesiastico, Milano 1914 p. 51. Non è senza importanza accennare che compilazioni giuridiche, anche posteriori, e di diritto laico, come le Erceptiones Petri, hanno accolto Îa

74 ALESSANDRO VISCONTI

CapitoLo IlI° — La questione dell’autore della legge di Ottone 1°

A. Verona dunque, il 29 ottobre 967, la legge ottoniana del duello, che noi conosciamo e che fu iuserita nel Capitolare Ita- lico, fu approvata nella sua definitiva redazione.

Attorno alla redazione di questa legge e attorno al suo presunto autore, sorse tempo fa una questione; non tanto per la preoccupazione di conoscere come e da chi fu redatta — chè la cosa appariva di secondaria importanza — quanto perchè vi si volle connettere la prova della esistenza di una scuola di di- ritto a Pavia. Si scrisse molto su tale problema, senza però rag- giungere la certezza, nè trovare la prova che risolva la contro- versia.

Il Merkel riporta un passo della Expositio ad Librum Pa- piensem (ad Ott. I c. 3) che dice: «Sed tamen antiqui has « salvationes fieri nolunt, ideo quia haec lex indeterminate de « investitura praedii fieri precipit, tum quia se vidisse pugnam « factam esse dicebant rebus iam per centum annos possessis, « ante illum scilicet Leonem v:rcellensem episcopum qui hoc «capitulum ante imperatorem composuit et illos cecidisse qui possessiones habuissent ». (1) Il passo ha ‘— come si vede — grande importanza per dimostrare l’esistenza

di una scuola di diritto a Pavia ai tempi degli Ottoni: ma vale

anche cone testimonianza del fatto che un vescovo di Vercellì, Leone, abbia formulato il capitolare di Ottone I° sul duello. La notizia è per noi scarna e oscurissima. Ma non doveva

tesi sostenuta dai canonisti. Infatti le stesse Exceptiones al libr. I cap. 29 (De prohibitis nuptiis ) corrisp. al c. 119 del Libr. di Tubinga, dicono: « Item omnino prohibitae sunt inter me et eam quam de sacro fonte « suscepi: et inter me et filiam eius: ct inter filiam suam et filium « meum, et inter me et omnes quae post compatrinatum nascuntur « etiam ex compatre vel ex commatre mea ».

(1) MERKEL, Appunti per la storia del Dir. Langobardo cap. I Scuola di leggi in Pavia - App. al Vol. III della Storia del Dir. Romano nel M. E. del Savigny (trad. Bollati Torino) Vol. III p. 15. Mon, Germ. Hist. LL. IV, 572. (Lib. Papiensis ad Otto. I c. 3). È uscita, mentre questo studio era in corso di stampa, un’opera pregevole di G. MENGOZZI, Ri- cerche sulla attività della Scuola di Pavia nell’alto Medioevo, Pavia 1924: lavoro molto serio e pensato, per quanto in alcune conclusioni disentibile.

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I (1)

esser tale al tempo della compilazione del Liber papiensis. Agevol- mente i critici moderni hanno potuto dimostrarne la fallacia : ma ci lascia pur sempre pensosi il fatto che la brevissima notizia, la quale altro non è che un inciso, si riferisca a un avvenimento ben noto a quel pubblico per il quale lo scrittore di tal notizia scriveva. L’autore del Liber papiensis la trascrisse così come stava senza preoccuparsene gran che; e senza pensare di vagliarla al lume della critica storica: così, per fortuna, un’antica notizia scritta da un contemporaneo, o quasi, di Leone giunse fino a noi inalterata. Toccò poi ai nostri critici, demolire senz’altro la notizia; critici che dimostrano appunto li loro sagacia nel di- struggere vetusti edifici con l’arma inesorabile della logica. Ma la vita, e quindi la storia, presenta invece tante realtà cosi il- logiche !...

Borétius nega che Leone possa aver compilato l’editto perchè nel 967 sarebbe stato troppo giovine: giacchè se nel 1022 ot- tenne la sede veronese, (sic) come mai potrebbe aver avuto tanta autorità nel 967 da comporre una costituzione per ordine di Ottone I°? |

Il nome di Leone è indubbiamente legato a quello degli a n - tiqui iudices in quanto questi ultimi hanno veduto le pra- tiche seguite nel tribunale del vescovo Leone e in particolare un duello ordinato dallo stesso vescovo: e, quasi per asseverare con una prova di fatto che in quel caso il duello era stato legit- timamente : ordinato, la giossa aggiunge: « qui (Leo) hoc capi- « tulum ante imperatorem composuit ». Contessiamo che una attestazione simile può aver gran peso. Essa vuol dire in altri termini: se Leone applicò il duello in un caso di possesso cen- tennale, la prova era al caso legittimamente applicata e non vi fu arbitraria applicazione del capitolare di Ottone: giacchè egli, Leone, era ben in condizione di conoscere come stavano le cose dal momento che il testo l’aveva scritto lui.

Però può sorgere un dubbio di natura logica, non storica. I giuristi possono aver arrischiato una tale asserzione a sostegno della loro tesi giuridica. La tendenziosità dei giuristi è insita nel loro stesso mestiere. E, francamente, questo dubbio può valer di più di quello cronologico del Borétius, del Ficker, del Lé- wenfeld etc. Poichè alla supposizione che Leone dovesse nel 967 essere ben giovine si può vittoriosamente ribattere dicendo che nel 1026 — anno di sua morte — poteva esser ben vecchio! Vescovi che camparono 80 e 90 anni non sono infrequenti. E poichè Leone faceva una politica anti arduinica, non si può

16 ALESSANDRO VISCONTI

pensare che fosse per molti motivi legato alla casa sassone degli Ottoni? In quei tempi (998) era vescovo di Ivrea Warmondo che fu eletto col tavore di Ottone I° (1). Ecco un altro che doveva esser coetaneo di Leone. Ma sono argomentazioni piuttosto in- gegnose. E tralasciamo l’ipotesi del Merkel, che vi fossero stati due Leoni in due epoche diverse a Vercelli; perchè inattendibile e non trova fondamento nelle fonti dallo stesso citate.

Infatti i passi delle cronache di Rodolfo, Tangmaro e Thietmaro si riferiscono a un Leone vercellese dottissimo ve- scovo (crudelissimus et sine Deo, secondo dice Rodolfo) dal 1001 al 1026 e questi non può esser altri che il nostro; giacchè ora conosciamo bene la sua attività e le sue opere, come vedremo appresso (2).

Sulla contemporaneità dei giudici antichi con Leone di Ver- celli non mostra tuttavia dubbi il Besta e lascia pur travedere — senza però dirlo esplicitamente -- di non esser lontano dal- l’ammettere che Leone avesse avuto mano nella stesa della co- stituzione ottoniana (3).

—r_—— —

(1) Pivano op. cit. pp. 225 segg.

(2) THANGMARI Vita Bernwardi c. 27 (M. G. H. SS. T. IV a. 1001, p. 771 Placito pavese avanti Vl’ Imperatore). Leo quippe Vercellensis epi- scopus vir litteris eruditus, fandi quoque copia exercitatus, ad suam civi- tatem maximo cleri populique coetu, in laudem Dei cunctis psallentihus, campanis quoque personantibus, non minori ambitu quam si papa ad- veniret, excepto, omniaque in ministerio eius opulentissimo luxu quantum imperatum est impendit domis quoque eximiis onoravit. — THIETMARUS c. VII. (M. G. H. III SS. p. 8837) 1015 (c. 17). Interim Hardvigas, nomine tantum rex, perdita urbe Fercellensis, quam diu expulso Leone episcopo iniuste possedit, infirmatur, et radens barbam monacus est effectus, ter- ciaque Kal. Nov. obiit, sepultus in monasterio. Imperator autem occi- dentales invisens regiones, quae ibi tunc erant emendanda correrit. RopuLri, Vita Wilhelmi (M. G. H. SS. IV. 657) c. 23. a. 1026. Simili invidia quoque Leo Vercellensis episcopus ad actus universos istius pa- tris extiterat infestus, De quo etiam talia narrare solitus : Hic eryo cru- delissimus Leo totus est sine Deo, quia si fuisset Deus cum ea quae illius sunt amaret pro illo. Attirmabat autem post mortem aeternaliter illum esse damnatum. Manifestissime si quidem in multis claruit, quoniam quisque i'Ium odio habuit, exinde poenas luit; sicuti viceversa, si quis illum dilexit, mercedem a Christo percepit illins auctore sanctitatis.

(3) Besta FE. L’Erpositio ad librum papiensem Annali delle Univer- sità Toscane a. 1912 Vol. 31 pp. 83-86.

m

LA LEGISLAZIONE DI OTTONE I (7

Ma può darsi che gli antiqui iudices per amor della loro tesi abbiano voluto giocar sopra un equivoco. Leone era le- gato agli Ottoni. Ma a quali? Le prove più palesi della sua atti- vità di alto funzionario della cancelleria imperiale si hanno ai tempi di Ottone III° e di Enrico II°. Ciò è innegabile. Parrebbe dunque che fra il periodo provato della sua attività di alto funzio- nario dell’impero e il periodo presunto (sotto Ottone I°), corra una lacuna di molti anni che non si sa come riempire. Ci sono poi dei rilievi stilistici, che sono di un grande valore e interesse per la nostra tesi. Il Bloch, con una pazienza da certosino, ha rag- gruppato certe particolarità dello stile di Leone, per provare che alcuni atti, diplomi, epistole scoperte dallo stesso Bloch etc., sono proprio cose sue e ha riscontrato così anche nel capitolo de justitio di Ottone III —- conservato nel Capitolare italico — i medesimi particolari stilistici degli altri scritti ed è venuto nella conclusione che il capitolare di Ottone III° sia di fattura del nostro Leone di Vercelli (1).

Noi non neghiamo che il volersi fidare di raffronti puramente filologici possa talvolta indurre i pazienti indagatori a prendere anche delle solenni cantonate. Ma certo, nel caso nostro, oltre all’uso particolare di frasi che troviamo nel capitolare e negli altri scritti attribuiti a Leone come: contra leges agitur; legie \sententia feriantur, licet semperque licebit, iugiter conservandum Deo auctore (2); riscontriamo un certo andamento stilistico, nel- l'insieme, che può ridurci a credere che Leone sia stato l’esten- sore del Capitolo Ottoniano. Leone che, secondo il Bloch, non è italiano; ma tedesco, è stato un’autorità nella cancelleria di Ottone III; era di parte imperiale e quindi fautore probabilmente anche della legislazione di Ottone I°: e di questo abbiamo un ricordo nel passo degli antiqui iudices.

È facile quindi concludere che gli antichi giuristi, forse a bella posta, hanno adoperato un fatto vero per volgerlo a fini particolari. Hanno cioè attribuito a Leone la compilazione del

(1) Sulla importanza delle cancellerie, cancellieri e loro funzionari - generalmente ecclesiastici - vedi BRESSLAU, cit., p. 451, 52, 53, 54, 55.

(2) BLocA, op. cit, p. 63, 68, 70. Tra i raffronti del Bloc] troviamo anche ìl richiamo a un particolare uso del pronome ullus. Lo stesso uso vediamo attuato nel c. 8 di Ottone I. E questo per dimostrare come il metodo filologico, se trattato con abuso, potrebbe condurre a induzioni fallaci. Noi potremmo giungere a conclusioni assurde.

78 ALESSANDRO VISCONTI

capitolare di Ottone I°, mentre sapevano che egli era stato in- vece l’autore del Capitolo di Ottone III°. Il nostro ragionamento — all’inverso di quello del Bloch — conduce al medesimo risul- tato, infatti egli, basandosi sulla testimonianza dei giuristi an- tichi che Leone fosse stato compilatore generico di leggi impe- riali, trae una prova di fatto per attribuirgli la compilazione specifica del capitolo di Ottone III" (1).

Leone del resto è una figura politica di primo ordine e balza chiara sul fondo grigio del tempo suo ed è perciò comprensibile l'amplificazione della sua attività al punto da estenderla al primo Ottone, fino ad attribuirgli la compilazione del capitolare sul duello.

Fu così che Benzone d’ Alba poteva dire di lui

Magnus Leo, Leo fortis, Leo admirabilis

e, mettendo insieme le due figure politiche di Leone e di War- mondo, poteva concludere

Sub Leone et Warmando fuit aetas aures (2).

Tutte queste testimonianze ci persuadono che Leone da Ver- celli sia stato l’autore del Capit. di Ottone III° e che per un equivoco, forse dovuto a mancanza di senso storico, ma più probabilmente per una ragione di politica imperialistica, si trovo conveniente da parte degli antiqui iudices attribuire a Leone vercellese — uomo di grande attività — la compilazione del capitolare di Ottone I° senza vedere che le date non combi- navano (3).

ALESSANDRO VISCONTI

(Continua)

(1) BLOCH, op. cit. p. 76-77.

(2) Cfr. GasoTtTo. Un millennio di Storia eporediense, Pinerolo 1960 (Bibl. Soc. Stor. Subalp. IV) p. 23 e n. 5.

(8) Gli « antiqui iudices » sono piuttosto favorevoli alla legislazione Ottoniana: i più moderni polemizzano spesso con gli antiqui. Costoro, se dubbiamo prestar fede al MERKEL, dovettero fiorire fra il 999 e il 1022 e non ai tempi di Ottone I. E nel 999 Leone era a Vercelli ; 6 forse era quello il primo anno del suo episcopato in quanto nel 997 era ve- scovo Raginfredo. Ed è nel 999, Maggio 7, che Ottone III concede un diploma a Leone come vescovo di Vercelli. FaLce, IZ marchese Ugo di Toscana cit. p. 28. E nel 1026 Leone è ancora a Vercelli.

L'Abbazia e la Chiesa di S. Donato

in Sesto Calende

SIR ABBAZIA e la Chiesa di 8. Donato in Sesto Calende ‘ GSS appartennero per molti secoli alla giurisdizione dei Mil Vescovi di Pavia, quantunque in territorio della dio- musnil4 cesi di Milano; perciò furono oggetto di lunghe ed apre contese tra le due diocesi, di cui rimasero larghe traccie nei documenti degli Archivi di Pavia e Milano e sopratutto nelle carte appartenenti all’ Archivio dell’ Ospedale Maggiore di Milano, a cui pervenne il possesso dell’ Abbazia nel secolo XVI. Parlarono dell’ Abbazia, con aecenni più o meno diffusi, gli storici pavesi Capsoni, Gualla, Robolini; come pure se ne fa parecchie volte menzione nella poderosa opera del Giulini.

Alessandro Spinelli, nel suo volume « Ricerche spettanti a Sesto Calende (Milano, 1880) », fu il primo a raccogliere me- todicamente le memorie sparse negli Archivii e nelle precedenti pubblicazioni, riflettenti Sesto Calende ce, conseguentemente, anche la sua antica Abbazia e Chiesa di S. Donato.

Nel 1913 il Dott. Giorgio Nicodemi pubblicò, per conto della Società Gallaratese degli Studii Patrii, una monografia intitolata « La Chiesa abbaziale di S, Donato in Sesto Calende » corre- data di belle tavole illustrative disegnate dal Prof. Attilio Pu- ricelli. È la descrizione diligente della Chiesa e le proposte re- lative al suo ripristino, suggerite da quell’ acuto conoscitore dell’arte antica che è il Nicodemi.

Io ebbi occasione di rivedere le voluminose cartelle di do- cumenti, già appartenuti al disperso Archivio abbaziale di Sesto e che ora Si trovano nell’Archivio dell’Ospedale Maggiore di Milano; e da quella disamina ricavai un certo numero di notizie inedite, che mi aumentarono e rischiararonu il complesso delle conoscenze già in dominio del pubblico. Mi avvidi poi, strada

80 ANGELO BELLINI

facendo, che i fatti svoltisi lungo i secoli nell’ Abbazia di - S. Donato, non erano che la ripercussione lontana di altri fatti ben più importanti e più vasti, che ebbero per teatro la Lom- bardia e l’Italia. Perciò fui indotto a studiare i rapporti tra quelle diverse serie di avvenimenti; e da un simile studio com- parativo mi parve che la storia’ dell'Abbazia di S. Donato bal- sasse fuori più chiara, logica e conseguente. Il risultato delle mie indagini è svolto nella prima parte del presente lavoro.

Dopo ciò, l’osservare la chiesa nei suoi più minuti particolari di struttura e di arte fu per me un’occupazione più che mai interessante e gioconda, come accade sempre delle vestigia del passato, quanto più di esse se ne conoscano le. origini e l’evo- luzione; e dal costante raffronto dello stato attuale della Chiesa colle vicissitudini storiche attraversate, cercai di ricavare una migliore conoscenza delle successive costruzioni e trasformazioni che avvennero lungo i secoli. Il che è argomento della seconda parte di questo studio.

A questa parte teci seguire un’aggiunta, che ne è come il corollario : le proposte cioè di ripristino della memoranda Chiesa, quali possono essere desunte dalle ragioni storiche e dal senso comune. Ma mi guardai bene dall’invadere il campo della tec- nica, memore dell’antico monito: « sutor, ne ultra crepidam ! ».

I Vicende storiche dell'Abbazia di S. Donato.

Nella parte più alta della borgata di Sesto Calende vi ha una frazione detta la Badia, appunto perchè colà esisteva in antico tempo un’ Abbazia colla sua Chiesa, che è la chiesa tuttora esistente di S. Donato.

Quella località è accennata già da documenti del IX secolo sotto il nome di Scozòla; ed è probabile che fosse un centro abitato più importante della stessa Sesto, se fu prescelta in quel- l'epoca remota per la fondazione della Chiesa e dell'Abbazia. Il nome stesso «li Sesto Calende significa invece che questa seconda località, più che un centro abitato, doveva essere il piano tra Scozola e il porto sul Ticino, dove si davano convegno i merca- tanti ogni mese, sei giorni prima delle calende; tale denomina- zione si legge per la prima volta in un atto dell’anno 966, 1i-

Tavola |.

(Fotografie Aragozzini)

Fig. 1.

Fig. 2.

Facciata della Basilica di Pomposa col pronao.

Digitized by Google

baiadà Google

Grande e piccola abside; nel muro che sovrasta la piccola ab- side è evidente una linea obliqua, che rivela la posizione primitiva del tetto della navata minore.

Tavola Il.

(Fotografie Aragozzini)

Fio. 3.

D

Fianco sinistro del pronao, con porta otturata; laddove il fianco si accosta e prolunga con la na- vata, si scorge una serie rettili- nea di grosse pietre angolari, a p- partenenti al muro della navata.

bai Google

L'ABBAZIA E LA CHIESA DI S, DONATO IN SESTO CALENDE 81

cordato dal padre Zaccaria (1), che termina colle parole: « Actum « Sextum Mercatum feliciter ».

La necessità delle popolazioni rivierasche a far capo nei pressi di Scozòla per le loro contrattazioni si comprende facil- mente, se si pensa alle speciali condizioni di Sesto Calende, si- tuato per l’appunto laddove le sponde del Lago Maggiore si ravvicinano a formare l’incile del Ticino ed a facilitare quindi la comunicazione tra le due sponde; dove le impervie montagne delle Alpi degradano in colline e pianure, che permettono comodi accessi per tutto l’alto territorio milanese e novarese; dove si diparte dal lago Maggiore la via fluviale del Ticino, che costi- tuiva allora la principale comunicazione col cuore della valle padana e con Pavia, capitale dell’Italia longobardica.

Sembra dunque verosimile che nel secolo IX la località di Scozòla dovesse avere un’ importanza grande, per chi avesse voluto esercitare influenza sui commerci locali e su quelli che si compievano tra il lago Maggiore e la valle padana.

Infatti il vescovo di Pavia Liutardo de’ Conti, che tenne quella sedia vescovile dall’anno 830 all’864, valendosi del favore che godeva presso gli Imperatori e Re d’Italia Lotario e Lodo- vico II, Si fece regalare molte corti e castella, tra cui figu- rava anche una vasta corte a Scozòla, da cui dipeudeva il porto sul Ticino, con distretto, giurisdizione, diritto di alloggio e castellanza; e alla corte di Scozòla era unita altresì la corte di Baveno, con gli uomini che coltivavano le terre in Graglia, Carpugnino, Campiero e Stropeno (2).

Liutardo, che secondo l’Ughelli (3) « primus fuit qui Papien- « sium Episcoporum Comitibus titulo insigniretur », doveva up- partenere ad una di quelle famiglie di magnati, che l’invasione di Carlomagno aveva spodestato e che la debolezza dei succes- sori aveva lasciato risorgere ai più alti gradi civili, militari ed ecclesiastici.

Pavia era allora ritenuta ancora come la capitale d’Italia perchè, se effettivamente i Re carolingi non vi risiedevano che temporaneamente e come di passaggio, ivi era il « Palatium »

(1) A. SPINELLI, Ricerche spettanti a Sesto Caleude, Milano 1880, pag. 22.

(2) Sono località situate lungo il pendio del monte S. Salvatore, al di sopra di Lesa.

(3) UGHELLI, /falia Nova, t. I, pag. 1084.

Arch. Stor. Lomb., Anno LII, Fase. I-II 6

82 ANGELO BELLINI

e vi si imponeva ai sovrani la corona d’Italia. Perciò il vescovo di Pavia doveva esser gradito ui sovrani Carotingi e su di essi doveva esercitare una grande influenza.

Date queste premesse, si comprende la donazione fatta al vescovo Liutardo delle corti di Scozòla e di Baveno; e si com- prende pure un altro fatto di importanza ben maggiore dal lato della giurisdizione ecclesiastica, che non sarebbe stato possibile senza l’appoggio sovrano: Liutardo riuscì ad impiantare in Sco- zola un monastero sottoposto alla sua giurisdizione, quantunque quel luogo fosse lontano dalla sua diocesi, anzi compenetrato nella importantissima diocesi adiacente di Milano Una tale in- trusione era veramente singolare anche a quei tempi, poichè si deve pensare che l'Arcivescovo di Milano, malgrado l’intelice Stato della città ed il governo di un Conte (il Conte Leone nel- l’anno 840), era il vescovo Metropolitano, da cui dipendeva una quantità di Vescovi suffraganei ed era il più veneranilo per di- guità tra gli Ecclesiastici del regno,

E pare che Liutardo non mancasse di abilità anche nella scelta dei monaci a cui affidare la sua istituzione, perchè si prese dei monaci benedettini di S. Gallo, già potentissimi per larghe do- nazioni di terre avute da Carlomagno nella vicina Svizzera e il cui Abbate era stato elevato al grado di vero sovrano vassallo dell'Impero.

Riguardo all’anno preciso di fondazione dell’ Abbazia, lo Spinelli (loc. cit. pag. 23) fece della confusione, poichè in una nota così si esprime: « Ci siamo peritati a fissare l’anno della fondazione di S. Donato, perchè prima di noi nessuno si trovò d'accordo nello stabilirla, e documenti nuovi non se ne sono trovati. Robolini la vuole avvenuta nell’841; Bescapè ed Ughelli nell'860; Giulini nell’822 ». Ora bisogna sapere, che fu Vl’U- glelli (1) a pubblicare l’unico documento in proposito, e cioè la bolla di papa Giovanni VIII indirizzata al vescovo di Pavia l’anno 874 (dieci anni dopo la morte di Liutardo), nella quale gli confermava la giurisdizione sul monastero « fundatum a Liut- « prando » (2) (predecessore di quel vescovo) « în loco ubi dicitur « Scogiàlo (3), cum omnibus rebus mobilibus et immobilibus, secum- « dum testamenti 8ui seriem ».

(1) UGHELLI, cil., t. I, p. 1084.

(2) La dizione di « Liutprando » fu già corretta dal Caproni e dal Giulini in quella di « Lintardo ».

(3) Scogialo, Scovilla, Scorobia, sono rare varianti del nome di Sco- zola, che ei ritrovano nei documenti più antichi.

L'ABBAZIA E LA CHIESA DI S. DONATO IN SESTU CALENDE 83

Dunque il monastero fu fondato da Liutardo duravte gli auni di sua prelatura, vale a dire dall’ 840 all’anno di sua morte avvenuta nell’864; e nel suo testamento diede l’elenco dei mo- bili ed immobili pertinenti a detta fondazione. Non si comprende poi come lo Spinelli abbia attribuito al Giulini quella data del- l' 822 che, oltre non essere rintracciabile nella di lui Opera, è anche del tutto anacronistica.

Liutardo era appena passato all’altra vita, che subito ini- ziarouo le contese per il possesso e la giurisdizione sull’ Abbazia di S. Donato, contese che poi si protrassero per secoli e secoli fino ai tempi moderni. Il primo ad aprirne la serie fu lo stesso nipute ed erede del vescovo defunto, un certo Notting, il quale pretendeva spettargli le terre di cui lo zio aveva dotato il mo- nastero. î

La lite fu deferita allo stesso Imperatore Lodovico il Pio, e questi delegò l’arcivescovo Aunsperto di Milano ad esaminare e seutenziare in proposito. Non ci pervenne il testo della sentenza di Ansperto, chie fu completamente favorevole ai monaci, e quindi non ne conosciamo le motivazioni ; senonche, la circostanza che i monaci non si erano rivolti al Pontefice per dirimere la lite, bensì all’Imperatore Lodovico IJ, denota già di per sè stessa che i beni dell'Abbazia erano derivati a Liutardo da donazione 80- vrana e non da eredità di famiglia. Questa deduzione è d’altra parte confermata in una sentenza posteriore, che avremo occx- sione di menzionare: la sentenza pronunciata nel 1193 da Ade- lardo vescovo di Verona, tra l’arcivescovo di Milano e l’abbate di S. Donato. In essa è specificato che i monaci « dicunt suum «monasterium... habuisse et possedisse ex concessione regum et « comitis luitardi papiensis episcopi ».

Il contegno favorevole dell’arcivescovo Ansperto versa i monaci non può non ingenerare una certa sorpresa, perchè a tutta prima sembrerebbe contraria ai suoi propri interessi e della sua diocesi. E la sorpresa si fa ancor maggiore, se si pensa al carattere energico e dominatore di quell’arcivescovo Metropoli- tano, che, per difendere ed ampliare i diritti e privilegi della Uhiesa milanese, non tralasciò di contrastare violentemente collo stesso papa Giovanni VIII. Ma se ben si esaminano le diverse contingenze dei contendenti ed i fatti che seguirono dappresso, si ha ragione di credere che la sentenza di Ansperto, a parte il sentimento di giustizia che può averla ispirata, non era priva per lui di un vivo interesse.

Se egli infatti avesse fatto prevalere le ragioni del Notting

84 ANGELO BELLINI

giudicando che le concessioni sovrane a Liutardo fossero state fatte ad personam e non al vescovado di Pavia e che quindi, come proprietà privata del defunto vescovo dovevano appartenere al legittimo erede designato, certo l’ Abbazia sarebbe scomparsa e con essa l’intrusa giurisdizione ecciesiastica pavese nella dio- cesi di Milano. Ma alla distruzione dell’Abbazia era preferibile la sua conservazione, a patto che essa rientrasse nella giurisdi- zione del Metropolita milanese; e tale forse fu la condizione da lui pattuita coi monaci avanti di emettere la sentenza, poichè questi, non appena rintrancati contro il Notting nei loro diritti di proprietà, si aftrettarono a dichiarare non esser giusto di appartenere ad altra diocesi che non fosse quella ove dimo- ravano; contestarono altresì l’obbligo loro di recarsi ai concilii diocesani di Pavia e di ricevere ordini da quel prelato; ed ai reclami fecero seguire l’aperta ribellione, tanto che il vescovo pavese Giovanni II, fu costretto di ricorrere al papa per ritor- narli al dovere. Fu allora che il pontefice Giovanni VIII inviò nell’anno 874 al vescovo di Pavia %uella bolla che tu già ricor- data più sopra, nella quale è detto tra l’altro: « D’apostolica « autorità comandiamo che tu non possa essere contraddetto da al- « cuno su ciò che ivi ordinerai, e vogliamo che î detti monaci, « senza alcuna opposizione, vengano al tuo Concilio diocesano, e « vogliamo parimenti che queste nostre decisioni siano superiori « alle loro consuetudini ».

Devesi ricordare che in quell’istesso anno papa Giovanni VIII andava tempestando con insistenti domande di aiuto l’Impera- tore Lodovico II, perchè i Saraceni avevano posto a sacco i ter- ritorii di Salermo, Napoli e Benevento e già si spingevano fin sotto le mura di Roma. Il vescovo pavese era amico e consi- gliere di Lodovico; e se la bolla succitata era atta a guadagnare il patrocinio del vescovo pavese presso l’Imperatore, d’altra parte non poteva essere bene accetta all'arcivescovo Ansperto, cui veniva negata la giurisdizione su S. Donato.

Sia stata questa o no la scintilla provocatrice, certo è che dopo di allora i rapporti fra l'arcivescovo milanese ed il Papa, da cordiali che erano si fecero asprissimi ; il Pontefice destituniva l'Arcivescovo, e questo, sostenuto dal popolo milanese e dai ve- scovi suffraganei, si metteva in aperta ribellione contro le in- giunzioni papali.

Così si iniziava la contesa tra le diocesi di Pavia e di Milano, contesa che si imperniava sull’ Abbazia di S. Donato e che:*si protrasse per parecchi secoli; nè una si diuturna lotta si po-

L'ABBAZIA E LA CHIESA DI S. DONATO IN SESTU CALENDE 85

trebbe in alcun modo spiegare se, sotto le apparenze di una semplice questione di diritto ecclesiastico, non vi si fossero ce- lati forti interessi di ordine politico e commerciale.

Pavia era attaccata all’Impero, dal quale traeva lustro come capitale del regno d’Italia, nonchè ogni sorta di privilegi © protezione contro l’invadenza della vicina Milano, che favorita dalla posizione sull’inerocio delle vie di comunicazione della valle padana, si faceva vieppiù' fiorente di traffici e di popola- zione e diveniva sempre più bramosa di affermare la propria supremazia. Milano all’incontro tendeva a rendersi autonoma dal- l’Impero; e nel lungo contrasto cogli Imperatori, non aveva trovato di meglio che trincerarsi dietro l’alta autorità del suo Arcivescovo, il quale divenne ben presto il vero capo politico del Comune, oltre che spirituale. Perciò ogni competizione dei vicini con Milano, doveva necessariamente urtare contro il gra- nitico baluardo rappresentato dall'arcivescovo Metropolitano.

In tale condizione di cose era naturale che i vescovi pavesi cercassero in ogni modo di contrastare l’espansione della giuris- dizione ecclesiastica milanese. Essi, già fino dagli ultimi tempi della dominazione longobardica (secolo VIII), erano riusciti a non essere più suffraganei del Metropolita; e destreggiando tra i favori di Papi e di Sovrani, avevano potuto affermare la loro giurisdizione, oltre che sul monastero di S. Donato, anche su quello di Cairate, altro villaggio situato nella diocesi di Mi- lano e ancor più vicino alla metropoli lombarda. Ma nel caso del l’Abbazia di S. Donato, oltre gli interessi morali di una città illustre, che non voleva essere soverchiata dalla città rivale, sta- vano altresì gli interessi materiali collegati al mercato ed al porto di Sesto Calende, da cui affluivano a Pavia per via acquea le merci del Lago Maggiore e sopratutto il materiale laterizio ed il legname per le costruzioni.

Tali furono le ragioni per cui i vescovi pavesi non trala- sciarono occasione per farsi confermare i loro diritti su Scozòla da Papi e da Imperatori. Naturalmente, invocavano l’antorità dei primi, quando le cose volgevano a male per l'Impero; e dei secondi, quando l’Impero aveva il sopravvento sui Comuni ribelli o sul Papato.

Così fu che i vescovi di Pavia ottennero nell’anno 943 dai Re Ugo e Lotario un diploma, col quale venivano loro confer- mati i monasteri di Scozòla e di Cairate, nonchè altri beni nella diocesi milanese; e quel diploma se lo fecero poi riconfermare da Ottone I e poi da Ottone II, con atto rogato a Lucomagno

86 ANGELO BELLINI

nel 977. Era quella l’epoca in cui il feudalismo aveva raggiunto l’apogeo e gl’Imperatori tedeschi la loro massima potenza in Italia.

Durante il susseguente secolo non vi ha memoria di alcuna riconferma, nè da parte degli Imperatori nè da parte dei Papi; segno questo che le acque decorrevano perfettamente tranquille per il convento di Scozòla. Pur tuttavia il fragore di una tem- pesta scatenatasi in Milano ruppe perfino l’alta quiete dell’ Ab- bazia di S. Donato.

Ferveva in Milano la lotta per il celibato dei preti, ed il focoso Arialdo, capo del partito avverso ai preti ammogliati, era stato bandito da Milano assieme al suo compagno Erlembaldo Cotta; ma fatto prigioniero dalle genti di Oliva signora di Arona, veune trucidato in Angera l’anno 1066. Fu allora che Erlembaldo riuscì & levar gente in armi e, fattosi consegnare la salma con le minaccie, la tradusse nella chiesa dell’ Abbazia di S. Donato per le prime esequie; di là fu trasportata processionalmente fino a Milano e l’anno seguente il Papa milanese Alessandro II ascri- veva Arialdo nel novero dei Santi.

Era quella un’epoca di profondi commovimenti politici e più ancora di radicali trasformazioni nelle coscienze delle popola- zioni.

Eppure si può affermare che, fra tanti contrasti e turbo- lenze, il secolo XI fu il secolo d’oro dei conventi, che rappre- sentavano degli asili di pace per le persone dedite alla pietà ed allo studio: e furono proprio i conventi che salvarono al- lora dal naufragio universale della barbarie il tesoro dell’antico sapere.

In quel secolo anche i Benedettini del monastero di Scozòla dovevano essere dediti allo studio ed all’insegnamento, giusta le buone tradizioni del loro ordine; poichè, come procurai di dimostrare altrove (1), negli ultimi decenni del secolo XI essi ebbero un allievo illustre in Landolfo da Vareglate. Proveniva costui da nobile famiglia del vicino villaggio di Vergiate: compiuti i primi studii presso i monaci di Scozòla, fu da questi mandato al loro convento di S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, ove ricevette l’ordinazione. Uomo di grande santità e dottrina, fu uno dei banditori e dei capi della seconda Crociata; venne

(1) A. BELLINI, 7! Beato Landolfo da Vergiate, in quest’Archivio, 1922, fasc. III-IV.

L'ABBAZIA E La CHIKSA DI S. DONATO IN SESTO CALENDE 87

impiegato in «diverse ambascerie da Papi e Imperatori, divenne vescovo di Asti e, passato all’altra vita nell’anno 1134, fu as sunto all’onore degli Altari.

Col principio del secolo XII, la trastormazione degli animi era in gran parte avvenuta; il carattere individuale si era ri- temprato rude e forte e ne era rinato il sentimento dell’indi- pendenza e lella dignità personale. Così fu che si andò mano mano accentuando la tendenza all’autonomia da parte delle città italiane costituitesi in Comuni, fra i quali primeggiava il Comune di Milano. °

Quando l’Imperatore Enrico IV° discese per la prima volta. in Italia nel 1110, trovò le città della Lombardia che già si con- sideravano come altrettanti stati autonomi: e passò oltre, tol- lerando insubordinazioni d’ogni maniera e simulando «di non accorgersi della profonda rivoluzione che si era compiuta. Andò a Roma, sì impegnò e si spossò nella lotta per le investiture ecclesiastiche, sostenuta contro papa Pasquale II; e frattanto i Comuni dell’alta Italia divenivano forti, audaci, rapaci.

Ed ecco che in quel periodo di rilasciatezza del potere regio, noi vediamo i vescovi di Pavia ricorrere non già agli Imperatori, ma ai Papi; così nel 1105 ottennero la riconferma dei loro diritti su Scozòola da Pasquale II; da Calisto IL nel 1123; da Innocenzo II nel 1130.

Tre conferme poutificie, da parte di tre Poutefici, nello spazio di cinque lustri! Ciò dimostra che in quel breve volger di tempo la giurisdizione dei vescovi pavesi su Scozòla minac-' ciava di essere travolta dagli eventi. Ed infatti essi non si sentivano in grado di difendere colle proprie forze quel pic- colo lembo di terra lontana, che ad ogni contesa fra i Comuni di Pavia e di Milano, veniva occupato dai Milanesi come rappresaglia e come pegno; e non rimanevs loro altro mezzo che ricorrere ai Pontefici, i quali, trovandosi sovente in lega col Comune di Milano, potevano influire su di esso come autorevoli ed amichevoli compositori. ì

Probabilmente poi quei frequenti interventi pontifici non farono del tutto disinteressati; come lo farebbe credere il fatto che, fin da quei tempi, l'Abbazia di Scozòla era divenuta tribu- taria della Santa Sede, forse in contraccambio di invocata e con- cessa protezione. Sappiamo infatti che il Camerlengo del ponte- fice Celestino III instituiva nel 1142 un registro dei Censi, cioè dei tributi dovuti alla Chiesa Romana da tutto il mondo cat-

88 ANGELO BELLINI

tolico; ed ivi figurava, per il « Monasterium de Sexto, duodecimi denarios mediolanenses » (1).

Ma gli arcivescovi milanesi, imbaldanziti della potenza di Milano, poco si curavano, sia della maestà del sacro romano Im- pero contro il quale difendevano l’autonomia comunale, sia anche dell’ingerenza della Chiesa romana, contro la quale sostenevano i privilegi della Chiesa ambrosiana; essi, al principio del se- colo XII, occuparono a viva forza le terre appartenenti al mona- stero di S. Donato, ne scacciarono i monaci e si impadronirono del porto, della corte e della castellanza con tutti gli onori e giurisdizioni inerenti. A nulla valsero le conferme dei tre Papi suaccennati; e i monaci protughi dovettero attendere pazien- temente che le sorti dell’Impero si rialzassero.

Quando infatti nel 1154 l'Imperatore Federico Barbarossa, dopo la prima dieta di Roncaglia, cominciò a dar manifesti s: gni di malanimo contro i Milanesi col distruggere loro i castelli di Rosate, Galliate e Trecate, i monaci di S. Donato gli sottoposero i privilegi loro, già sSanzionati dai precedenti Imperatori; ed ot- tennero che ne fosse delegato il giudizio al conte Gozzoino (1) luogotenente del Seprio, in opposizione all’arcivescovo di Milano, che non comparve al processo e non vi si fece rappresentare. La sentenza di Gozzoino fu favorevole ai monaci; essi, assistiti dai soldati tedeschi, nuovamente si insediarono nei loro possessi. Venne poi la distruzione di Milano operata dal Barbarossa con l’aiuto delle città rivali, nell’anno 1161; si accentuarono gli odii contro l’Imperatore e le città italiane compresero alfine, che la sola concordia poteva restituire loro le libertà perdute.

I Comuni avevano dalla parte loro il pontefice Alessandro IIIg che venuto a contestazione con Federico Barbarossa, si era visto costretto a cercare rifugio in Francia. Colà lo aveva seguito Oberto arcivescovo di Milano; e per tale prova di fedeltà fu ricompensato con una Bolla papale del 14 Aprile 1162, che gli confermava tutti i diritti e possessi e, tra l’ altro, « locum « qui vocatur Sertum cum districtu, aibergaria, piscaria et aliis « rationalibus consuetudinibus et cappellis Sancti Vincenti (2) ».

È duopo sapere che, non più lungi di qualche centinaio di

(1) Giuni, t. VII, pag. 89, edito 1760.

(2) La bolta fu conservata nell’Archivio della Chiesa dì Monza e pubblicata dal Sormani: De Anathema contra gallos, pag. 23838. Vedi pure GiutINI, t. VI, 299 e pag. 302, ediz. 1760.

> a

hi n

dicon

4 È

"=" in

Tavola II.

(Fotografia Aragozzini)

Ta fa ico I l'en ge

Caterina e varii santi.

Fig. 5. — Battistero del pronao, con affre chi rappresentanti la disputa di S.

Fig. 6. — Particolare della disputa di S. Caterina ; ivi si legge la parola « Zenal » alla fine della 3 riga

di sinistra e la data « 1503 » alla fine dell’ultima riga di destra.

baia Google

Tavola IV.

(Fotografia Aragozzini)

i i

Affresco nella nicchia del Battistero (particolare della Fig. 5).

Digitized by Google

L'ABBAZIA E LA CHIESA DI 8. DONATO IN SESTO CALENDE 89

metri a monte di S. Donato, — esiste tuttora una chiesetta isolata nella campagna, dedicata a S. Vincenzo. È una chiesetta antichissima, di stile prettamente lombardo, — di costruzione certamente non poster:ore al secolo XII; ed è fuor di dubbio che ad essa alluda la Bolla di Alessandro III, poichè in quel tempo non esistevano in Sesto altre cappelle dedicate a S. Vincenzo. Perciò la conferma sui proprii diritti e possessi in Sesto ottenuta dall’ Arcivescovo Obetto, può denotare che non solo l’ Arcivescovo ci teneva a rinserrare d’attorno la pro- prietà dei monaci, ma volle far confermare la sua giurisdizione sulla vicinissima chiesetta di S. Vincenzo, forse costruita ap- positamente in quell’epoca, per servire di contro-altare alla chiesa di S. Donato.

Ammesso che la costruzione di S. Vincenzo sia